2 Pietro 1:4-7 - Chiesa Evangelica Di Volla

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Studi biblici > Riflessioni bibliche di Mario Affuso

2 Pietro 1:4-7


1/ "AGGIUNGETE ALLA FEDE ."

L’autore della 2 Pietro (1:5c) incoraggia i lettori a realizzare un ‘crescendo’ nella loro esperienza per sentirsi realmente “partecipi della natura divina” (v. 4). È una 'scaletta' che ha come primo gradino la "fede". V'è, allora, da chiedersi cosa è la fede in un tale contesto. 'Fede' è quell'atteggiamento radicale che ci apre a Dio, che determina il nostro rapporto con gli altri e riesce a modificare il nostro stesso cammino. Credere in Dio imprime al nostro modo di vivere un senso nuovo: la nostra vita, ancorché consegnata alla nostra responsabilità, viene messa tutta nelle sue mani nel senso che attinge da questo rapporto le chiavi di lettura di sé, della storia e del mondo. Consegnarsi a Dio non è una abdicazione ma un porsi in ascolto di quanto Egli vuole dirci e comunicarci in relazione a Sé, in relazione alla storia ed in relazione al mondo che spesso crediamo sfuggirGli di mano. La fede crea nella nostra coscienza, cioè nella zona più vera di noi stessi, una capacità di ascolto e di percezione della Parola divina. A volte, quando la ragione si rivela ad essa impermeabile, la coscienza, sensibile al tocco della grazia, crea un retroascolto che va al di là della 'parola' come segno e consente di cogliere i sensi più veri ed autentici della rivelazione che, si sa, non mortifica la ragione ma la guida ad un convincimento. La fede ne rimane ancor più illuminata. In tutto questo un ruolo determinante lo svolge lo Spirito che purifica i nostri sensi e li rende docili e attenti alle indicazioni utili alla comprensione della storia, alla individuazione dei “segni dei tempi” e necessari alla nostra stessa 'liberazione'. La Parola rivelatrice non è mai astratta, ma concreta, concretissima: esprime l’azione di Dio nella nostra vita ma senza limitarsi alla nostra singola persona. Attraverso noi vuole raggiungere altri che con noi condividono la loro quotidianità. Ci fa uscire fuori dai nostri stretti interessi personali, sì che la fede ci si rivela come liberazione da forme di assolutistici egoismi e da ogni idolo capace di attirare e catturare i nostri interessi primari. La fede ci fa sentire responsabili nei confronti degli altri, nei confronti della società e dell’umanità tutta intera per la quale siamo innanzitutto invitati a pregare.


2/ "AGGIUNGETE ALLA FEDE LA VIRTU’ ."

Divenuti partecipi della natura divina (2 Pt 1:4), occorre che si imponga in tutti un chiaro ‘imperativo etico’. Lo esplicita Paolo quando ci dice di “attendere alla nostra salvezza con timore e tremore” ( Fil 2:12b). Aalla fede, perciò, deve seguire la “virtù”. Il termine è areth (aretè), proprio dell’etica greca; lo ritroviamo in Fil 4:8 per indicare quanto (anche se con altro) deve essere “oggetto dei nostri pensieri”, motivo delle nostre più serie preoccupazioni. Nel pensiero greco, e la 2 Pietro lo fa proprio, “virtù” indica ciò che c’è di più perfetto in un essere e che, in quanto tale, deve esprimersi in un atto che caratterizzi la vita e la testimonianza della persona; nel nostro caso del “credente”. Sant’Agostino mutua da Platone le quattro ‘virtù’ fondamentali, dette perciò ‘cardinales’ (principali), e che sono: prudenza, coraggio, temperanza e giustizia (vi aggiunge anche la ‘pietà’). A queste Tommaso d’Aquino aggiunge le tre ‘virtù teologali’, cioè fede, speranza e carità (1 Cor 13:13). La ricerca della “virtù” è mirata alla traduzione pratica della ‘fede’, cioè al raggiungimento di una maturità etica capace di assumere consapevoli responsabilità verso se stessi, verso il mondo, verso il cretao come anche verso la chiesa. La ricerca della “virtù” non può non richiamare alla nostra attenzione l’autorevole parola del Maestro, di Gesù, che insegnava: “Se sapete queste cose siete beati se le fate” (Gv 13:17). Una vera fede dovrebbe/deve produrre “virtù”, intesa almeno come comportamento non moralistico/fondamentalista, ma anticipatore del Regno di Dio che invochiamo. Tra la ‘fede’ e la ‘virtù’ è la teologia – e tutti siamo un po’ teologi – che svolge una funzione dinamica per un’azione profetica.
“C’è chi, sfuggendo al confronto pubblico, - scrive D. Bonhoeffer – sceglie l’asilo della virtù privata. Non ruba, non uccide, non commette adulterio compie il bene secondo le sue forze. Rinunciando volontariamente alla dimensione pubblica sa rispettare con esattezza i confini, che gli evitano qualsiasi conflitto. (.) Solo ingannando se stesso può mantenere pura la propria irreprensibilità privata e evitare che venga macchiata agendo responsabilmente nel mondo. Qualsiasi azione compia, egli avvertirà l'inquetudine per ciò che tralascia di fare. Ne sarà prostrato, o diventerà il più ipocrita dei farisei" (Etica, p. 57).


3/ “AGGIUNGETE … ALLA VIRTU’ LA CONOSCENZA…” (2Pt 1:4, 5)

L’antico ma sempre attuale profeta Osea (4:6) ammoniva: “Il mio popolo perisce per mancanza di conoscenza”. Sono parole profetiche, quindi 'oracolo del Signore' che dovrebbe risuonare anche oggi nella nostre e nella tante altre adunanze di credenti. Il riferimento non è a quella conoscenza che deriva dalla maggiore e disincantante acculturazione del nostro tempo, e neppure a quella conoscenza libresca che “gonfia” (1 Cor 8:1), che fa insuperbire e rende insopportabili. La conoscenza deve sempre accompagnarsi all'amore, come meglio vedremo in uno dei prossimi segmenti di questa riflessione. "Conoscenza" (ãíùóéò) va intesa come assimilazione metabolizzata di quanto interessa all’accrescimento qualitativo della propria fede, perché non si sia “più come bambini sballottati e portati qua e là da ogni vento di dottrina …ma (perchè), seguendo la verità nell’amore (cf 1 Cor 8:1!), cresciamo in ogni cosa verso Colui che E' il Capo, cioè Cristo" (Ef 4:14-15). E' la conoscenza di cui parlava Gesù con il Padre nella sua ben nota preghiera (Gv 17:3); una conoscenza che porta al Padre, attraverso la parola del Cristo che va ritenuta per l'accrescimento della propria fede. Mai dimenticando che “la fede viene da ciò che si ascolta, e ciò che si ascolta viene dalla parola di Cristo” (Rm 10:17). Dobbiamo renderci conto che il nostro spirito oggi soffre l'angoscia di non saper più cosa sia Dio, e ciò proprio perché, spesso, si considera Dio una cosa tra le altre e non ciò che Egli E', e che, nei limiti delle nostre capacità espressive possiamo solo dire che si tratta di un puro 'Chi..'. Egli è il Tu davanti al quale il nostro 'io' intimo prende consapevolezza, fors'anche improvvisa. L'inizio di una vita autentica, a partire dalla scopera del proprio "vero io".. Tutto prende inizio da una “conoscenza” che guidi nella retta comprensione delle Scritture fondative della nostra fede e che fornisca le coordinate essenziali capaci di rendere eticamente responsabili nelle decisioni, piccole o grandi che siano. Belle e buone le parole dell’apostolo che pregava per i credenti di Filippi (e per noi) “perché l’amore abbondi sempre più in conoscenza e in ogni discernimento, perché possiate apprezzare le cose migliori, affinché siate limpidi e irreprensibili per il giorno di Cristo” (Fil 1:9-10).


4/ "AGGIUNGETE . ALLA CONOSCENZA L’AUTOCONTROLLO…” (2Pt 1:4, 5)

Il termine qui tradotto con “autocontrollo” o “dominio di sé” è åãêñÜôåéá (enkràteia) che la vulgata traduce abstinentia. E' termine tipico della filosofia greca ed ellenistica, ideale dell'uomo che afferma la propria libertà spirituale di fronte ad ogni pressione o coercizione. Assume anche un significato religioso per la setta giudaica degli esseni. Nella Bibbia e nel Nuovo Testamento la parola non è usata con particolare frequenza e quando viene usata è raro che avvenga nel significato greco-ellenistico. Il senso di enkràteia deriva dal percorso che l'autore di 1 Pt sta proponendo ai suoi lettori. Da una conoscenza seria e permanente, conoscenza che non gonfia e non fa insuperbire, consegue una capacità di autocontrollo a cominciare da quello che occorre nell'uso della parola. L'apostolo Giacomo scrive: “Se uno non sbaglia nel parlare è un uomo perfetto, capace di tenere a freno anche tutto il corpo” (3:2ss). L'autocontrollo è fondamentale nella tenuta di forme di autogoverno, specialmente quando si è alle prese con il self-help (= aiuto di sé), cioè con quella capacità di aiutarsi nelle situazioni più difficili, quando si è chiamati ad operare giuste connessioni tra le necessità della vita e le possibilità. Vivere significa muoversi nell'ambito di possibilità, quindi in un clima di libertà per operare scelte che rientrino nelle proprie possibilità. Le situazioni nelle quali siamo chiamati ad operare ci costringono spesso ad individualizzarci, cioè a sentirci distanziati dagli altri e non perché gli altri sono cattivi ma solo perché la situazione è nostra ed i ritmi di vita degli altri sono diversi dai nostri. L’autocontrollo non è solo di natura psichica ma situazionale. Questo non vuol dire scivolare nella fossa dell’orgoglio e neppure confondersi con l’asceta pagano che pensa di farcela da solo nel guadagnarsi la felicità o il semplice bene-essere. Il cristiano sa di essere segnato dalla colpa, quindi ha bisogno di una fede accompagnata da una conoscenza fondata su una sorta di intimità con Dio, cosa che gli permette di non sentirsi solo nell’autocontrollarsi, perchè anche in questo è vero il “Guai a chi è solo!” del Qoelet (Ecclesiaste). Come cristiani il senso dell’autocontrollo giace nel tratto etico della propria fede che è fiducia solo in Colui che ci sta accanto e, nel contempo, orientamento verso coloro che ci sono intorno, dai quali non dobbiamo pretendere ma ai quali possiamo sempre e solo aderire.


5/ "AGGIUNGETE . ALL'AUTOCONTROLLO LA PAZIENZA…” (2Pt 1:4, 5)

L’originale greco adopera il termine «ÕðïìïíÞ» (:upomoné) che la Diodati traduce con 'sofferenza’, la Nuova Diodati con 'perseveranza’, La Riveduta, la Nuova Riveduta e la CEI con 'pazienza’, la Tilc 2000 con 'sopportare’ e la Emmaus con 'costanza’. Questo ventaglio di versioni ci invita a sottolineare che nel Nuovo Testamento incontriamo 32 volte il nostro termine; andrebbero lette per cogliere un valore semantico medio. Ora, non tanto per una scelta mirata quanto piuttosto come a trovare un 'bandolo' opero una scelta. Seguendo in qualche modo Aristotele, credo che il senso più appropriato da cogliere sia 'pazienza' nel senso di 'attesa'. Paziente è colui che attende. L'ammalato è 'paziente' non solo perché soffre (senso dal latino), perché 'patisce', ma perché è in 'attesa' della guarigione. Pazienza si dice di colui che attende. Si può attendere soffrendo e ogni attesa E' in qualche misura anche sofferenza, ma si può attendere attivamente, con ottimismo, con speranza. Qui mi sovviene la bella espressione che trovo in Daniele 12:12 ove si legge: “Beato chi aspetterà pazientemente”. Questa nostra virtù ben si accompagna all’autocontrollo di cui abbiamo detto al paragrafo precedente. Viviamo in un tempo in cui si vuole tutto e subito; perciò si vive di fretta consumando il tempo senza viverlo. Ebbene, proprio per questo oggi è difficile parlare di 'pazienza'; siamo un po' tutti 'impazienti' e il termine 'pazienti' lo si abbandona nelle corsie degli ospedali. Attendere con pazienza non vuol dire lasciar scorrere il tempo, spesso definendolo ‘tempo morto’, alla Napoleone in esilio, cioè con “le braccia al sen conserte” che nulla fanno se non rimandare inutilmente all’indietro nella memoria appesantita e stanca. “Attendere con pazienza” e “la pazienza come attesa” esprimono, devono esprimere una loro propria vitalità nella ricerca di senso, scavando sempre di più e sempre meglio nella nostra realtà, semmai interrogandoci. “Aveva ragione – ricorda il Ravasi – uno dei maestri ideali di Agostino, Platone, quando nell’ Apologia di Socrate scriveva che una vita senza ricerca non mette conto d'esser vissuta". Il Ravasi ce lo ricorda a commento di un pensiero di Henry Miller (1891-1900) per il quale “La nostra méta non è mai un luogo ma un nuovo modo di veder le cose”.


6/ "AGGIUNGETE . ALLA PIETÀ . L’AMOR FRATERNO…” (2Pt 1:4-7)

Contro ogni corrente e perdurante superficialità, sono lieto di potermi trattenere, anche se con un brevissimo cenno, sulla necessaria ed importantissima distinzione tra ‘amore fraterno’ (philadelphia, öéëáäÝëöéá) e ‘carità’ (áãÜðç). Si tratta di due atteggiamenti dei quali il primo E' propedeutico rispetto al secondo. Già nella 1 Pietro 1:22 l’autore scrive: “Poiché avete purificato le vostre anime con l’obbedienza alla verità per amarvi come fratelli (= letteralmente: “per una ‘fratellanza’ – öéëáäÝëöéá, philadelphia – senza ipocrisia”), amatevi (áãáðÞóáôå, agapésate) intensamente gli uni gli altri”. Come si può osservare, "amarsi come fratelli” precede e predispone all’ “amarsi intensamente” il che è proprio dell’agàpe. Nella mia recente conferenza a Cicciano (Na) ho distinto per necessità filologica, storica e teologica il termine ‘fraternità’ da ‘fratellanza’. Nel film “Io no”, che sta per uscire si parla (ahimè!) di ‘fratellitudine’! Siamo invitati, allora, ad amarci come ‘fratelli’ a motivo della ‘paternità’ di Dio che ci è comune. E' Gesù che ci dice: “Siete tutti fratelli … perché uno solo è il Padre vostro, quello che è nei cieli” (Mt 23:8-9). E' seriamente ampia la latitudine semantica del termine fratello, a partire dallo stesso Nuovo Testamento. Esso va dal piccolo gruppo dei discepoli di Gesù (Gv20:17 “… va’ dai miei fratelli …”) a chiunque è vittima della potenza malvagia del mondo (Mt 25:40 “… in quanto lo avete fatto a uno di questi miei minimi fratelli, l’avete fatto a me”). Il termine ‘fratello’, con ‘sorella’ evidentemente, non può essere ristretto all’idea di appartenenza, quindi non considerando ‘fratelli’ altri che sono al di là dei nostri confini denominazionali o monoconfessionali. Siamo invitati a ricordare che “il primo che insegnò all’umanità a vedere in ogni uomo un prossimo (e nel più bisognoso un ‘fratello’) è stato Gesù. Più che la ‘fratellanza’ è la ‘fraternità’, attraverso l’agàpe, – cose alquanto diverse! – il postulato della ‘comunione’. ‘Fratellanza’ non è ipso facto comunione e ancor meno 'amicizia'. Di entrambe può essere solo il presupposto. Ciò è stato vero per Caino e Abele – fratelli tra loro ma anche metafore di approcci religiosi diversi (il conflitto nasce dal fatto religioso-rituale, Gn 4:3-5!) -, ed E' rimasto drammaticamente vero per tutti i secoli che ci sono alle spalle; e per questo nostro tempo, stando alle cronache, ci verrebbe da ripetere con i cronisti della stampa quotidiana: "I fratelli hanno uscciso i fratelli: questa orrenda novella vi do" (Manzoni); senza dimenticare Esiodo che aveva detto: "Quando tratti con tuo fratello, sii affabile, ma guarda di avere un testimone"


7/ "AGGIUNGETE . ALL'AMOR FRATERNO . LA CARITà…” (2Pt 1:4, 5)

Il percorso che l’Autore della 2° Pietro ci propone raggiunge il suo apice nell’áãÜðç (agàpe) termine molto ricco, denso ed, a mio parere, pressoché intraducibile. Già il titolo di questo paragrafo traduce con ‘carità’, termine molto debole per l'usura cui è andato incontro e che non riesce a proporre quanto l'originale intende significare. Tempo fa mi sono trattenuto su questa questione nel corso di una conferenza a Firenze, ripromettendomi di ritornarvi sopra. Ma ancora non mi si è proposta l'occasione per farlo. Il fatto che l'apostolo Paolo dica che si possono compiere molti gesti ed atti di culto pur senza avere in sé il senso dell'agàpe, vuol dire che questa dimensione, non a caso definita 'virtù teologale' (nel senso che parla di Dio), non è tanto la somma di altre virtù, ma è quella che imprime significato autentico al tutto che compiamo, nel micro come nel mega operare. Dalle Scritture apprendiamo che “Dio è amore” (1 Gv 4:8), cioè la sua essenza ontica è agàpe. Ma Egli non è amore per amare se stesso ma per essere creatore di ciò che può assumere, pur nella creaturalità sua propria, pari dignità di esistente e di co-esistente innanzitutto con Lui. "La creazione intera ubbidisce alla legge dell'amore. Non vi è albero che fruttifichi per sé; il sole non splende ed illumina per se stesso. Solo gli uomini ed il diavolo cercano in ogni cosa il proprio interesse (Lutero). L'amore di sé, lungi dall'essere una espressione dell'ordine di Dio nella natura, è invece una perversione diabolica. Chi in tutto cerca il proprio tornaconto E' chiuso a Dio. Ma quando l'uomo, per fede, è aperto a Dio, l’amore dall’alto ha libero corso. Il credente è simile ad un canale che mediante la fede riceve ogni cosa dall’amore di Dio lasciando quindi fluire l’amore divino sul mondo. L’amore di Dio si è tracciato una nuova via verso l’umanità perduta. Ciò è accaduto per mezzo di Cristo, una volta per tutte e in modo definitivo. Ma anche se egli è venuto a noi nell’umiliazione e in figura di servo, la sua maestà non ne è diminuita. Al contrario, egli l’ha rivelata in una gloria più grande ancora. La sua maestà è però la maestà dell’amore che si sacrifica, che dona se stesso” (A. Nygren, Eros e Agàpe, Il Mulino, Bologna 1971, p. 754).


Mario Affuso

 
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