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Consiglio Ecumenico delle Chiese


CONSIGLIO ECUMENICO DELLE CHIESE - CEC. Questa voce tratta delle origini, del fondamento, della natura e dello scopo, delle funzioni, dell’organizzazione e delle strutture del Consiglio ecumenico delle Chiese (CEC). Diverse altre voci di questo Dizionario trattano degli sviluppi degli studi e delle attività che il CEC ha lanciato e promosso attraverso i suoi programmi e il suo personale.
Origini. Il CEC venne formalmente costituito il 23 agosto 1948, in occasione della sua prima assemblea generale tenuta ad Amsterdam, Esso è diventato la maggiore espressione internazionale visibile delle varie correnti della vita ecumenica del XX secolo. Due di queste correnti - Vita e azione e Fede e costituzione - si fusero in occasione della prima assemblea; una terza corrente - il movimento missionario organizzato nel Consiglio missionario internazionale - si integrò nel CEC nel 1961, in occasione della terza assemblea (Nuova Delhi); una quarta corrente - quella dell’educazione cristiana - vi entrò nel 1971, con la fusione nel CEC del Consiglio mondiale per l’educazione cristiana.
Ognuno di questi movimenti è più ampio e più profondo di qualunque sua espressione strutturata, compresa la colleganza delle Chiese in seno al CEC. Il cristianesimo «applicato» o «pratico», per esempio, è stato istituzionalizzato non solo nel movimento Vita e azione, ma anche nell’Alleanza mondiale per la promozione dell’amicizia internazionale attraverso le Chiese (1914). Alcuni organismi missionari mondiali, come ad esempio il Comitato di Losanna per l’evangelizzazione del mondo continuano ad assolvere molti degli scopi originari del Consiglio missionario internazionale. Il dipartimento Giovani del CEC non è mai riuscito a prendere il posto delle Associazioni cristiane della gioventù maschile (YMCA), delle Associazioni cristiane della gioventù femminile (YWCA) o della Federazione mondiale degli studenti cristiani. E, d’altra parte, nessuno pretende che la commissione Fede e costituzione possa riunire e centralizzare tutta la stupefacente varietà della riflessione teologica e biblica.
Nel 1920, la Chiesa di Costantinopoli (il Patriarcato Ecumenico) fu la prima Chiesa a chiedere apertamente la creazione di un organo permanente di collegamento e cooperazione di «tutte le Chiese», una «Società delle Chiese» (koinonia ton Ekklesion) simile alla proposta fatta dopo la prima guerra mondiale di una Società delle nazioni (koinonia ton ethnon), La stessa richiesta venne avanzata negli anni venti da responsabili di singole Chiese, come ad esempio l’arcivescovo di Svezia, Nathan Söderblom, tra i fondatori del movimento Vita e azione (1925), e da J.H. Oldham (Gran Bretagna), tra i fondatori del Consiglio missionario internazionale (1921).
Nel luglio del 1937, alla vigilia delle conferenze mondiali di Vita e azione (Oxford) e di Fede e costituzione (Edimburgo), i rappresentanti dei due movimenti si incontrarono a Londra, dove decisero di fondere i due movimenti e di dar vita ad un’assemblea pienamente rappresentativa delle Chiese. Riguardo alla natura e agli scopi dell’erigenda associazione, si accordarono, fra l’altro, su quanto segue: «Essa non avrà alcuna autorità di legiferare per le Chiese o di impegnarle nell’azione senza il loro consenso, ma se vuole essere efficace, dovrà meritare e guadagnare il rispetto delle Chiese a tal punto che le persone più influenti nella vita delle Chiese sentano il desiderio di consacrare tempo e attenzione al suo lavoro». Si previde di coinvolgere attivamente anche i laici, «coloro che occupano posti di responsabilità e di influenza nel mondo civile» e di «creare uno staff dirigente di grande qualità intellettuale». S. Mc Crea Cavert (Stati Uniti) suggerì di chiamarla «Consiglio ecumenico delle Chiese».
Sia la conferenza di Oxford che quella di Edimburgo accettarono la proposta e nominarono sette membri di un comitato di 14 membri per formare il CEC. Riuniti a Utrecht nel maggio del 1938, i membri del comitato crearono un comitato provvisorio responsabile del Consiglio ecumenico delle Chiese «in via di formazione». William Temple, arcivescovo di York e in seguito di Canterbury, venne nominato presidente e l’olandese W.A. Visser ‘t Hooft segretario. Il comitato provvisorio stabilì una solida piattaforma per il CEC, risolvendo delicati problemi costituzionali relativi al suo fondamento, alla sua autorità e alla sua struttura. Nell’ottobre-novembre del 1938, il comitato provvisorio spedì inviti formali a 196 Chiese e Temple scrisse una lettera personale al Segretario di stato del Vaticano.
Nello stesso 1938, in occasione del suo incontro a Tambaram (India), il Consiglio missionario internazionale si mostrò interessato al piano del CEC, ma decise di continuare come organismo separato. Un certo numero di società missionarie che ne facevano parte non volevano ricadere sotto il controllo delle Chiese e, d’altra parte, si temeva che le Chiese del Nord America e dell’Europa non avrebbero concesso alle giovani Chiese che andavano sorgendo altrove il posto che esse meritavano. Cionondimeno, il Consiglio missionario internazionale facilitò l’ingresso di queste Chiese nel CEC, si «associò» con esso nel 1948 e poi si integrò in esso nel 1961.
Nel 1939, il comitato provvisorio programmò la prima assemblea generale del CEC per l’agosto del 1941, ma la seconda guerra mondiale venne ad intralciare i progetti e il periodo di gestazione del CEC si prolungò per quasi un decennio. Fra il 1940 e il 1946, il comitato provvisorio non poté funzionare normalmente attraverso i suoi comitati responsabili, ma i suoi membri ed altri si riunirono negli Stati Uniti, in Inghilterra e in Svizzera. Sotto la guida di Visser ‘t Hooft, a partire da Ginevra vennero organizzate durante la guerra diverse attività che contribuirono alla testimonianza sovrannazionale della Chiesa: servizi di cappellania; lavoro fra i prigionieri di guerra; assistenza agli ebrei e ad altri rifugiati; trasmissione di informazioni alle Chiese; preparazione, attraverso contatti con i leader cristiani di ogni parte del mondo, della riconciliazione e dell’aiuto interecclesiale una volta che la guerra fosse finita.
Dopo la guerra, il comitato provvisorio si incontrò a Ginevra (1946) e a Buck Hill, Pennsylvania (1947). Il comitato poté affermare che la tragica esperienza della guerra aveva approfondito la volontà delle Chiese di manifestare pubblicamente la loro solidarietà. Nel 1948, erano già 90 le Chiese che avevano accettato l’invito ad entrare nel CEC.
Le ponderate decisioni sulla rappresentanza e sull’appartenenza al CEC richiesero che si facesse molta attenzione alla consistenza numerica delle diverse Chiese oltre che ad un’adeguata rappresentanza confessionale e geografica. La principale condizione per poter far parte del CEC era l’accettazione del fondamento sul quale il Consiglio intendeva costituirsi. Fra le altre condizioni, venivano accuratamente specificate l’autonomia della Chiesa in questione, la sua stabilità, un’adeguata consistenza numerica e i suoi buoni rapporti con le altre Chiese. Anche se alcuni avrebbero preferito un consiglio composto soprattutto di consigli nazionali di Chiese o di famiglie confessionali mondiali (ad esempio, luterani, ortodossi, battisti), prevalse la tesi di coloro che volevano che il CEC fosse a contatto diretto con le Chiese nazionali e che comprendesse quindi la Chiesa metodista di Gran Bretagna, la Chiesa episcopale metodista degli Stati Uniti, la Chiesa metodista dell’Africa australe, ecc. Gli organismi confessionali mondiali, i consigli nazionali delle Chiese e gli organismi ecumenici internazionali potevano essere invitati a mandare dei rappresentanti alla prima assemblea ma in qualità di osservatori e senza diritto di voto. All’assemblea inaugurale (22 agosto 1948) si trovarono 147 Chiese di 44 paesi disposte ad entrare nel CEC. In un modo o in un altro, vi erano rappresentate tutte le famiglie confessionali del mondo cristiano, eccetto la Chiesa cattolica romana. Il giorno seguente, l’assemblea votò la costituzione del CEC e la nuova associazione organizzata delle Chiese diffuse il suo primo messaggio: «Cristo ci ha fatto suoi ed egli non è diviso. Cercando lui, noi ci ritroviamo fra di noi. Qui ad Amsterdam, ci siamo impegnati nuovamente nei suoi confronti e ci siamo riuniti fra di noi, costituendo il Consiglio ecumenico delle Chiese. Intendiamo restare insieme».
L’assemblea di Amsterdam definì nelle grandi linee i compiti del CEC attraverso la costituzione e, in modo più specifico, attraverso le sue decisioni in materia di politica generale, programmi e amministrazione finanziaria. L’assemblea autorizzò il CEC a parlare a nome suo alle Chiese e al mondo, ma definì chiaramente la natura e i limiti di questi pronunciamenti.
Fondamento. L’assemblea inaugurale del 1948 stabilì quanto segue: «Il Consiglio ecumenico delle Chiese è un’associazione di Chiese che accetta nostro Signore Gesù Cristo come Dio e Salvatore» (cf. la voce «CEC, fondamento»). Fin dall’inizio questa formulazione diede luogo a problemi e a richieste di una più chiara definizione della centralità in Cristo della comune vocazione delle Chiese, di un’espressione più esplicita della fede trinitaria e di un riferimento specifico alla sacra Scrittura. In conseguenza di tutto questo, la terza assemblea del CEC (Nuova Delhi 1961) procedette ad un riformulazione del fondamento, rimasto da allora immutato: «Una associazione di Chiese che confessano il Signore Gesù Cristo come Dio e Salvatore secondo le Scritture e cercano perciò di realizzare insieme la loro comune vocazione per la gloria dell’unico Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo».
Meno di una confessione di fede cristiana e più di una formula, il fondamento serve come punto di riferimento per i membri del CEC, come fonte o garanzia di coerenza. Dato che il CEC non è una Chiesa, esso non formula alcun giudizio sulla sincerità o solidità con cui le Chiese membri accettano il fondamento o sulla serietà con cui esse ammettono i loro fedeli. Per cui lo stesso fondamento ricade sotto la formula di William Temple: «Tutta l’autorità che il Consiglio ha consiste nel peso che esso riuscirà a guadagnarsi presso le Chiese con la sua propria saggezza».
Natura e scopo. Nel 1948, le Chiese membri si resero conto che il CEC non era una Chiesa al di sopra di esse e che non era certamente la Chiesa universale o l’inizio della «Chiesa mondiale». Esse si resero conto che il Consiglio era uno strumento attraverso il quale le Chiese potevano rendere insieme testimonianza della loro comune fedeltà a Cristo, della ricerca di quell’unità che Gesù Cristo desidera per la sua unica Chiesa e cooperare in materie che richiedono affermazioni e azioni comuni. L’assemblea si riconobbe nella descrizione del CEC fatta da Visser ‘t Hooft: «Una soluzione di emergenza, una tappa nel cammino..., un’associazione che cerca di esprimere quell’unità in Cristo che ci è già data e di preparare la strada per un’espressione più piena e più profonda di tale unità».
Quello che non era chiaro nel 1948 era in che modo questa natura spirituale dell’associazione poteva porsi in relazione con la concezione che le Chiese membri avevano della natura e dei limiti del CEC e con la concezione che avevano della loro relazione ecclesiale con le altre Chiese membri. In breve, l’appartenenza di una Chiesa al CEC aveva una qualche implicazione per l’«autocomprensione» o la situazione ecclesiologica di quella Chiesa?
Per chiarire il problema, il comitato centrale del CEC adottò nel 1950 la dichiarazione di Toronto su La Chiesa, le Chiese e il Consiglio ecumenico delle Chiese. La dichiarazione fu il risultato di «un dibattito di notevole intensità» (Visser ‘t Hooft), anche se il suo contenuto «definì un punto di partenza e non il cammino o la meta» (Lesslie Newbigin), Secondo la dichiarazione di Toronto, il CEC «non è e non deve mai diventare una super-Chiesa». Esso non negozia unioni fra le Chiese. Esso «non può e non dovrebbe essere basato su una qualsiasi concezione particolare della Chiesa». L’appartenenza al CEC non «implica che quella Chiesa considera la sua particolare concezione della Chiesa come semplicemente relativa» o accetti «una particolare dottrina riguardo alla natura dell’unità della Chiesa». Cionondimeno, la comune testimonianza dei membri «deve essere basata sul comune riconoscimento che il Cristo è il capo divino del corpo», che «in base al Nuovo Testamento» è l’unica Chiesa di Cristo. L’appartenenza della Chiesa di Cristo «è più vasta» dell’appartenenza alla propria Chiesa particolare, ma «non implica che ogni Chiesa debba considerare le altre Chiese membri come Chiese nel senso vero e pieno del termine». E tuttavia, la comune appartenenza al CEC implica in pratica che le Chiese «dovrebbero riconoscere la loro reciproca solidarietà, prestarsi reciprocamente assistenza in caso di necessità e astenersi da azioni che sono incompatibili con le relazioni fraterne».
Mentre si continua a discutere sulla natura apparentemente immutabile sia del fondamento che della dichiarazione di Toronto, le funzioni, gli scopi e gli organi del CEC stanno cambiando, sia nella concezione che nella realtà. L’attuale lista di funzioni, approvata dalla sesta assemblea (Vancouver 1983) dimostra molta meno neutralità nelle concezioni ecclesiologiche delle Chiese di quello che potrebbe suggerire una lettura imparziale del fondamento e della dichiarazione di Toronto, anche se le funzioni non obbligano le Chiese membri.
Un chiaro esempio di questo cambiamento è costituito dal passaggio dal vago scopo del CEC «di realizzare l’opera dei movimenti mondiali di Fede e costituzione e Vita e azione» (1948) all’appello molto più specifico rivolto alle Chiese di perseguire «lo scopo dell’unità visibile in una sola fede e in una sola comunione eucaristica, espresse nella celebrazione e nella vita comune in Cristo e di avanzare verso quell’unità in modo che il mondo possa credere» (assemblea di Nairobi 1975). Sarebbe difficile sostenere che un simile cambiamento è in sintonia con la conclusione della dichiarazione di Toronto secondo cui «l’appartenenza non implica l’accettazione di una particolare dottrina riguardo alla natura dell’unità della Chiesa». Le Chiese oggi possono dare per scontato quello che esse non avrebbero certamente dato per scontato nel 1948. O si deve ammettere che i loro rappresentanti alle assemblee vengono trascinati a lasciarsi andare ad approvazioni verbali, mentre in realtà i loro mandanti a casa loro continuano ad avere tutt’altra concezione di se stessi?
Questa domanda può suffragare il giudizio secondo cui la dichiarazione di Toronto è da molti punti di vista sorpassata. Molte delle sue affermazioni su ciò che il CEC non è o su ciò che l’appartenenza al CEC non implica sono certamente ancora valide e hanno bisogno di essere riaffermate, ma non ci si può aspettare che una «soluzione di emergenza» del 1950, nella difficile situazione del bambino che fa i suoi primi passi, possa rendere giustizia all’esperienza collettiva, ecumenica e missionaria, che le Chiese hanno fatto in sei continenti per oltre 40 anni. Una più chiara identità del CEC e del suo futuro richiede una più chiara identità del movimento ecumenico.
Che cosa sentono oggi le Chiese riguardo alla loro «comune vocazione» (o fondamento)? Che cosa vedono oggi le Chiese nel futuro del movimento ecumenico, in teoria e in pratica? Quali sono le concezioni o le immagini che sono veramente vive nelle Chiese membri, quando si parla di «ecumenismo»? Sono le stesse concezioni e immagini che si ritrovano anche nelle Chiese non membri? Il CEC rappresenta la struttura e il contesto naturale della testimonianza nella comunione per le Chiese membri, in particolare dal punto di vista della riflessione e dell’azione della comunità? Se così non è, quali ne sono le ragioni? Alle attuali domande circa l’identità e il ruolo del CEC nel movimento ecumenico non si risponde ripetendo semplicemente le posizioni del 1950. Il rinnovamento del CEC in quanto tale non può avvenire attraverso una semplice riformulazione dei programmi e degli uffici di Ginevra. Molti membri delle Chiese richiedono un’analisi globale, realistica, dello sviluppo, degli intoppi e delle sconfitte del movimento ecumenico nelle Chiese a partire dal 1948. Essi chiedono una sintesi articolata ed aggiornata e un’affermazione che costituisca un «fondamento comune», come ad esempio «il movimento ecumenico, la Chiesa, le Chiese e il CEC».
Organizzazione. L’assemblea di Amsterdam ha definito i compiti del CEC nella sua costituzione e nelle sue decisioni riguardo alle politiche e ai programmi. I programmi del CEC sono un servizio reso a nome delle Chiese membri e un servizio a tutte le Chiese, membri o non membri. Il CEC assolve alle sue funzioni legislative ed esecutive attraverso l’assemblea, i comitati centrale ed esecutivo, e attraverso il personale e gli organismi subordinati della segreteria generale.
L’assemblea è il supremo organismo legislativo che stabilisce la politica del CEC e rivede la sua applicazione nei programmi. Convocata ogni sette-otto anni, l’assemblea è composta dai delegati con diritto di voto eletti dalle Chiese membri. Essa elegge i sei (o sette) presidenti del CEC, che formano il presidio, e i membri del comitato centrale.
Il comitato centrale assegna i posti nell’assemblea alle Chiese membri sulla base della loro consistenza numerica, della rappresentanza confessionale e della distribuzione geografica.
La rapida decolonizzazione del mondo, dopo la seconda guerra mondiale, è iniziata in Asia nel 1947, con l’indipendenza dell’india e del Pakistan, e in Africa nel 1957, con l’indipendenza del Ghana. La conseguente crescita delle Chiese nazionali e il sorgere al loro interno di leader indigeni, sia chierici che laici, nonché il crescente numero delle Chiese ortodosse si riflettono nella rappresentanza regionale alle assemblee. Nel 1948, la stragrande maggioranza dei 351 delegati delle 147 Chiese erano europei occidentali e nordamericani. All’assemblea di Vancouver (1983), la divisione per regioni degli 847 delegati era molto più bilanciata, dal momento che vi erano 158 delegati nordamericani, 152 europei occidentali, 142 europei orientali, 131 africani, 114 asiatici, 53 medio-orientali, 30 latinoamericani, 26 australiani e neozelandesi, 22 della regione del Pacifico e 19 dei Caraibi.
Questa diffusione geografica indica un cambiamento che riguarda il movimento ecumenico in quanto tale. Il centro tradizionale, che nel 1948 abbracciava le aree del Nord Atlantico, dell’Europa occidentale e del Mediterraneo, va progressivamente riducendo la propria influenza a favore dei centri dell’emisfero australe, che non sono più semplici ricettori passivi: Africa, Asia, Caraibi, America Latina e Oceania.
A motivo di una tale ricollocazione, sia geografica che storica, queste aree stanno diventando i nuovi centri delle articolazioni teologiche, dei comportamenti personali ed etico-sociali, delle spiritualità, delle discipline delle Chiese, delle espressioni artistiche e della cooperazione interecclesiale nella comune testimonianza. In occasione dell’assemblea di Evanston (1954), R.D. Paul della Chiesa dell’India del Sud, rivolgendosi alle Chiese occidentali, disse: «Voi ci avete insegnato come pensare, ma ora che siamo maturi cerchiamo di ripensare il messaggio cristiano da noi stessi. Ora potete darci fiducia e permetterci di occuparci da soli dei nostri affari. Siamo diventati i vostri partner nella grande missione della Chiesa al mondo». In seno al CEC, sia nelle assemblee che nei programmi, si è cominciato a riconoscere la stessa importanza a tutte le voci. Per quanto grande possa essere la loro varietà, i «contesti» hanno ancora il teatro dell’unica Chiesa di Dio nell’unico mondo di Dio come il contesto.
In tempi recenti, le più forti raccomandazioni e negoziazioni - non sempre riuscite con certe Chiese - tese ad avere un’adeguata rappresentanza di uomini e donne, adulti e giovani, ministri ordinati e laici, hanno prodotto dei cambiamenti nella composizione delle ultime assemblee.
I delegati formano il nucleo essenziale di un’assemblea, ma non ne definiscono il clima. Già all’assemblea di Amsterdam i delegati erano una minoranza nell’insieme dei partecipanti, composto da sostituti, consulenti, visitatori accreditati, delegati dei giovani e addetti al servizio (due categorie che sono state tradizionalmente un fertile terreno di coltura per i leader ecumenici: William Temple, per esempio, è stato addetto al servizio alla conferenza di Edimburgo del 1910 e Philip Potter, in seguito segretario generale del CEC, è stato delegato dei giovani all’assemblea di Amsterdam). All’assemblea di Evanston si ebbero ben 646 giornalisti accreditati, 144 in più rispetto al numero dei delegati. Una stima sommaria del numero totale dei partecipanti diretti all’assemblea di Vancouver diede qualcosa come 2500 persone, senza tener conto delle folle intervenute a tutta una serie di iniziative promosse nel quadro dell’assemblea e alle celebrazioni liturgiche (circa 4500 persone al giorno).
Il comitato centrale è il principale organo di continuazione fra le assemblee. Esso si riunisce ordinariamente una volta all’anno, alternativamente a Ginevra e altrove. Esso esegue le decisioni dell’assemblea, approvando e rivedendo i programmi e stabilendo le priorità fra di essi; fissa il bilancio e provvede al sostegno finanziario; elegge i 14-16 membri del comitato esecutivo che non ne fanno parte ex officio. Il comitato esecutivo si riunisce normalmente due volte all’anno. Il comitato centrale è passato dai 90 membri del 1948 agli attuali 145. Il comitato esecutivo ha ora 27 membri.
Il segretario generale è il capo dell’esecutivo del CEC. Egli dirige il personale, compresi quanti sono impegnati nella direzione di operazioni continuative. Viene eletto dal comitato centrale, normalmente per un periodo di cinque anni, e risponde ad esso. Il primo segretario generale fu W.A. Visser ‘t Hooft (1948-1966), il secondo Eugene Carson Blake (1966-1972), il terzo Philip A. Potter (1972-1984), il quarto Emilio Castro (1985-1992), e il quinto Konrad Raiser.
Strutture. Secondo alcuni ecumenisti, nel periodo dopo la seconda guerra mondiale, nelle Chiese e nel movimento ecumenico ci si è preoccupati eccessivamente delle strutture. Se all’inizio esse erano ragionevoli e adatte al loro scopo, con il passare degli anni hanno finito per diventare «pericolosamente nevrotiche» (Max Warren, 1976). Questi ecumenisti affermano che, a partire dal 1948, si è consacrato decisamente troppo tempo ed energie a «rabberciare». Altri critici, lungo i 40 anni di vita del CEC, hanno continuato a richiedere una valutazione più radicale dell’intera struttura del CEC.
Molti danno per scontato che l’efficienza nella vita della Chiesa, come nel mondo degli affari, richiede che almeno ogni dieci anni avvengano importanti cambiamenti organizzativi. Altri ritengono che in realtà il prevalente «modello manageriale» delle Chiese e del CEC abbia danneggiato ed offuscato, più che promosso ed espresso, la loro natura e i loro compiti. Tutti concordano sul fatto che non può esistere alcun CEC «giusto e perfetto» in quanto organizzazione e che tutte le decisioni riguardo alle strutture del CEC, vecchie e nuove, dovrebbero essere di natura pragmatica.
L’assemblea del 1948 doveva sostanziare la comunione del CEC aiutando le Chiese non solo a restare insieme ma anche a vivere e crescere insieme. L’assemblea di Amsterdam creò 12 dipartimenti, ben consapevole del fatto che l’esperimento strutturale avrebbe avuto bisogno di una costante, accurata revisione. I dipartimenti erano quelli di Fede e costituzione, Studi, Evangelizzazione, Laici, Giovani, Donne, Aiuto interecclesiale/rifugiati, Affari internazionali, Istituto ecumenico, Pubblicazioni, Biblioteca e Amministrazione.
La maggior parte degli uffici si trovava a Ginevra, in un vecchio edificio sulla strada per Malagnon (attualmente un museo di orologi), poi a partire dal 1964 in un nuovo edificio al Grand-Saconnex, Ginevra. Per mantenere più strette relazioni con le Chiese membri nordamericane venne aperto un ufficio a New York. Un segretariato per l’Asia orientale, in collaborazione con il Consiglio missionario internazionale, venne stabilito a Londra.
Per tutte queste attività dipartimentali, per l’esecutivo e i programmi, la prima assemblea aveva autorizzato un’èquipe di sole 36 persone. Tutto il personale dipendente, nel gennaio del 1949, ammontava a 98 persone. In realtà, la quota massima di personale previsto (36) non venne mai raggiunta prima dell'assemblea di Evanston (1954). Per rafforzare l'équipe ufficiale, diverse Chiese misero a disposizione, per periodi più o meno lungi, i servizi del loro personale stipendiato. Alcuni posti, resi vacanti dalle dimissioni, non furono di proposito occupati, finché l'assemblea di Evanston non elaborò un nuovo piano di ristrutturazione e funzionamento del Consiglio. L'esperienza di sei anni aveva mostrato la necessità di un coordinamento più efficace dei diversi dipartimenti. L'assemblea di Evanston dotò il CEC di quattro divisioni, ognuna provvista di dipartimenti: 1) Studi: Fede e costituzione; Chiesa e società; Evangelizzazione; Studi missionari; 2) Azione ecumenica: Giovani; Laici; Uomini e donne nella Chiesa e nella società; Istituto ecumenico; 3) Aiuto interecclesiale/rifugiati e Affari internazionali, 4) Informazione.
Il modello stabilito ad Evanston continuò anche dopo l’assemblea di Nuova Delhi (1961). L’integrazione nel CEC del Consiglio missionario internazionale aveva già di per sé comportato sufficienti cambiamenti. Le grandi Chiese ortodosse dell’Europa orientale (Unione Sovietica, Romania, Bulgaria e Polonia) erano appena entrate nel CEC. Non era certamente saggio introdurre altri drastici cambiamenti. Ma l’assemblea di Nuova Delhi stabilì che si riesaminasse il problema delle strutture. Il comitato incaricato delle strutture (1964-1967) presentò la propria relazione all’assemblea del 1968, la quale autorizzò il nuovo comitato centrale a studiare la situazione e ad agire di conseguenza. Nel 1972, il comitato centrale procedette ad una riorganizzzazione della struttura del CEC, in base a due principi fondamentali: «semplificazione e coordinamento». Esso cercò di esprimere le principali funzioni costituzionali del CEC in tre unità amministrative flessibili con ampi mandati. Le unità avrebbero eliminato l’evidente separazione fra studio e azione e avrebbero promosso una maggiore partecipazione dei vari segmenti della composizione del CEC attraverso sotto-unità con programmi specifici. Le diverse sotto-unità vennero deliberatamente poste in posizione di «tensione creativa». Ogni unità aveva un comitato di membri provenienti dal comitato centrale e dagli organismi di governo delle diverse sotto-unità. Con modifiche marginali, la struttura generale stabilita nel 1972 era ancora in funzione al tempo della settima assemblea (Canberra 1991).
Amministrazione. La situazione finanziaria del CEC è un sintomo della salute e della vitalità dei suoi programmi e delle sue relazioni, ma rispecchia altresì le tendenze economiche a livello mondiale, come ad esempio, le crisi di recessione, la crisi del debito e l’inflazione. Dagli anni settanta, le ampie fluttuazioni dei termini di scambio delle altre maggiori valute in rapporto al franco svizzero - con il quale il CEC deve acquistare la maggior parte dei suoi beni e servizi - hanno creato seri problemi, dato che, anche nel caso in cui le Chiese aumentino di anno in anno le loro donazioni, il valore di queste somme in franchi svizzeri può di fatto diminuire.
Da dove viene il danaro? Circa il 75% proviene dalle donazioni delle Chiese membri e delle loro agenzie missionarie e di aiuto e circa il 96% della somma globale proviene da 13 paesi. Nonostante che solo una piccola percentuale della somma globale provenga dalle Chiese del terzo mondo, molte di esse contribuiscono pro capite più delle Chiese del cosiddetto primo mondo. Non vi è alcuna tassa obbligatoria di appartenenza al CEC. Le Chiese sono tenute a fare donazioni annuali, «commisurate alle loro risorse». Ma un terzo dei membri del CEC non assume alcuna responsabilità finanziaria nei suoi confronti.
Il CEC riceve danaro per coprire le sue spese gestionali e danaro da trasmettere ai programmi e ai progetti ecumenici nel mondo intero (questi «fondi fiduciari», amministrati gratuitamente dal CEC, fra l’assemblea di Vancouver e quella di Canberra, sono stati di circa 50 milioni di dollari USA all’anno). Fra le entrate del CEC vi sono offerte «libere», che possono essere impiegate in modo flessibile, e offerte «vincolate» dal donatore ad uno specifico programma o a una particolare sotto-unità. La parte di offerte a destinazione «libera» diminuisce sempre più; dal 30% dei fondi del CEC del 1981 è passata al 16,5% nel 1989.
Dove va il danaro del CEC? L’assemblea di Amsterdam aveva destinato alle spese del primo anno 386.000 dollari (allora pari a 1,6 milioni di franchi svizzeri). La somma non venne spesa tutta. Le spese dei primi cinque anni ammontarono a circa 1,4 milioni di dollari (allora pari a 7 milioni di franchi svizzeri). Fra l’assemblea di Vancouver e quella di Canberra (1983-1989), le spese per i programmi furono di 307,5 milioni di franchi svizzeri. Circa i due terzi del totale del 1989 fu assorbito da costi relativi al personale e un terzo venne destinato alla «partecipazione», cioè al coinvolgimento delle Chiese membri attraverso viaggi, incontri, consultazioni, traduzioni e comunicazioni. Nel 1972, è cominciata una sistematica internazionalizzazione del personale di Ginevra e una politica dei salari basata su una giustizia non discriminatoria. I salari del 1990, per 359 persone della direzione, ammontarono a circa 26,4 milioni di franchi svizzeri.
Relazioni. Gli organigrammi e i piani dei conti non permettono di per sé di rendersi conto delle nuove e crescenti richieste cui il CEC ha risposto durante gli ultimi vent’anni nel campo delle relazioni con le Chiese membri, le Chiese e i gruppi non membri e gli altri organismi ecumenici. I fatti parlano da soli. I membri del CEC sono più che raddoppiati, passando dalle 147 Chiese membri dell’assemblea di Amsterdam alle 311 dell’assemblea di Canberra. I consigli cristiani nazionali associati con il CEC sono ora 35; altri 46 sono affiliati alla commissione Missione al mondo ed evangelizzazione e altri 35 sono in «rapporti di lavoro». I consigli regionali, inesistenti nel 1948, sono stati stabiliti in Africa, Asia, Caraibi, Europa, America Latina, Medio Oriente e Pacifico.
Le 12 strutture confessionali mondiali sono diventate più attive, con obiettivi più ampi, come hanno fatto anche altre organizzazioni internazionali, quali le Associazioni cristiane della gioventù maschile, le Associazioni cristiane della gioventù femminile, la Federazione mondiale degli studenti cristiani e le Società bibliche unite. La Chiesa cattolica romana, pur non facendo parte del CEC, influenza la maggior parte dei suoi programmi (cf la voce «Gruppo misto di lavoro»). La Chiesa cattolica romana è membro a pieno titolo di oltre 30 consigli nazionali e dei consigli regionali dei Caraibi, del Medio Oriente e del Pacifico e tiene strette relazioni di lavoro con altri consigli nazionali e regionali.
La maggior parte delle Chiese in rapida espansione sono nelle famiglie evangelicali e pentecostali. La maggior parte di questi gruppi non sono membri del CEC. Alcuni sono in dialogo con il CEC, altri sono esplicitamente contro di esso e ad esso estranei. La maggior parte delle Chiese pentecostali (e indipendenti) sono molto piccole, con strutture amministrative molto informali.
La crescita numerica e la diffusione geografica di questa base costitutiva del CEC, nel senso più ampio del termine, non offre di per sé una risposta alla domanda circa la qualità della comunione. La migliore prova della vita ecumenica delle Chiese si trova nella partecipazione rappresentativa all’azione e alle decisioni degli organismi costituzionali del CEC. E tuttavia non mancano appelli per un maggiore coinvolgimento di un maggior numero di Chiese membri nella delineazione e nella valutazione della politica e dei programmi del CEC. Vi sono pure richieste di «un uso maggiore dei viaggi da parte del personale del CEC e delle visite delle Chiese per ascoltare le necessità e preoccupazioni delle Chiese, condividere la loro vita, rappresentare il Consiglio in quanto tale e interpretare i suoi programmi e le sue preoccupazioni» (comitato centrale del 1989) e per «promuovere relazioni creative» con un più ampio ventaglio di partner ecumenici, Chiese non membri, nuove comunità ecclesiali, specifici movimenti transdenominazionali (per esempio, il movimento carismatico) e gruppi di azione, nonché consigli locali, nazionali e regionali delle Chiese, Comunioni cristiane mondiali, ecc.
I programmi del CEC degli ultimi due decenni sono molto vasti, di ampio respiro e ricchi di impegni e di interessi. Le sotto-unità hanno storie, metodi di lavoro, e persino canali di finanziamento molto diversi. Il punto focale di alcune sotto-unità è molto chiaro, mentre nel caso di altre esistono notevoli sovrapposizioni nei temi o nella composizione. Pochi programmi hanno fissato chiaramente la data della loro conclusione. Molti richiedono più personale e maggiori finanziamenti. Nuovi gruppi di interesse chiedono nuovi programmi.
Anche le Chiese membri variano notevolmente nelle loro strutture e nel personale che riceve i servizi del CEC. Si va da una sola persona che smista tutta la comunicazione con il CEC ad una comunicazione efficace con l’opportuna base in seno alla Chiesa, che si preoccupa di darle seguito attraverso studi e iniziative adeguate. Le Chiese che sono seriamente impegnate nel CEC sono impegnate ecumenicamente anche in iniziative locali e regionali o in comunioni organizzate e dialoghi bilaterali. Esse mettono spesso addirittura troppa carne al fuoco, più di quanta ne possano poi di fatto digerire. Un sovraccarico di programmi da parte del CEC nel suo servizio alle Chiese potrebbe disturbare la recezione, che esige invece un processo di digestione disciplinata e di assimilazione a tutti i livelli della vita delle Chiese, sul piano sia teorico che pratico.
In conclusione, lo stesso successo del CEC nella realizzazione dei suoi diversi scopi per oltre 40 anni ha messo più chiaramente in luce i difetti e le debolezze sia del CEC che delle Chiese membri. Ben consapevole di questo, il comitato centrale del luglio 1989 ha cominciato ad esaminare la «riorganizzazione programmatica» del CEC nel contesto del movimento ecumenico nel suo insieme e a prendere realisticamente in considerazione ogni proposta commisurandola con la previsione delle risorse finanziarie disponibili.


Tom STRANSKY, Dizionario Del Movimento Ecumenico, pp. 279-286


 
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