Credo - Chiesa Evangelica Di Volla

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Studi biblici > Riflessioni bibliche di Mario Affuso

“Credo”


Simbolo apostolico e Simbolo Niceno


Simbolo degli Apostoli


Io credo in Dio, Padre onnipotente,
Creatore del cielo e della terra.

E in Gesù Cristo, suo unico Figlio, nostro Signore,

il quale fu concepito di Spirito Santo,
nacque da Maria Vergine,

patì sotto Ponzio Pilato,
fu crocifisso, morì e fu sepolto;
discese agli inferi;
il terzo giorno risuscitò da morte;
salì al cielo,
siede alla destra di Dio Padre onnipotente:
di là verrà a giudicare i vivi e i morti.


Credo nello Spirito Santo,

La santa Chiesa cattolica (universale),
la comunione dei santi,

la remissione dei peccati,
la risurrezione della carne,
la vita eterna.
Amen.

Il SIMBOLO APOSTOLICO è redatto nella lingua stessa del Nuovo Testamento già prima che i suoi libri venissero selezionati come canone da porre accanto al Primo o Antico Testamento. "Con questo nome – simbolo apostolico – viene designata una determinata formula di fede, che per molti secoli si pensò composta dagli stessi apostoli e che godeva quindi di massima autorità. (.) La versione più antica a noi nota non può essere data prima degli ultimi decenni del sec. II. (.) La forma romana più antica fu introdotta a Roma, appunto, ed è tramandata sia in greco che in latino" (H. Denzinger, Enchiridion Symbolorum, EDB). Il simbolo apostolico è stato recepito ed usato soprat-tutto dall'occidente cristiano, cattolicesimo e protestan-tesimo.

Simbolo di Nicea-Costantinopoli
(381 d.C.)


Crediamo in un solo Dio, Padre onnipotente,
Creatore del cielo e della terra,
di tutte le cose visibili e invisibili.
Crediamo in un solo Signore, Gesù Cristo.
unigenito Figlio di Dio,
nato dal Padre prima di tutti i secoli:
Luce da Luce,
Dio vero da Dio vero,
generato, non creato,
della stessa sostanza del Padre.
Per mezzo di Lui sono state fatte tutte le cose.

Per noi (uomini)
e per la nostra salvezza
egli discese dal cielo,
e per (potenza dello) Spirito Santo
si è incarnato nel seno della Vergine Maria
e divenne uomo.
Fu crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato
Patì (morte) e fu sepolto.

Il terzo giorno è risuscitato,
secondo le Scritture, è salito al cielo
siede alla destra del Padre.
Verrà nuovamente nella gloria
per giudicare i vivi e i morti,
e il suo regno non avrà fine.
Crediamo nello Spirito Santo,
che è Signore e dà la vita,
e procede dal Padre (e dal Figlio).
Con il Padre e il Figlio
è adorato e glorificato,
e ha parlato per mezzo dei profeti.
Crediamo la Chiesa
una, santa, cattolica e apostolica.
Professiamo (riconosciamo) un solo battesimo
per il perdono dei peccati.
Aspettiamo la risurrezione dei morti
e la vita del mondo che verrà.
Amen.

Il SIMBOLO NICENO è plasmato dalle contingen-ze; esprime il messaggio biblico e prende posizione di fronte a problemi sconosciuti nel periodo apostolico. "La Chiesa ortodossa attribuisce carattere di simbolo . soprattutto al Simbolo per eccellenza, quello niceno-costantinopolitano” (Y. Spiteris, Ecclesiologia ortodossa, EDB, p. 137). Il simbolo di Nicea è un credo conciliare che, con la sua ampia recezione, è diventato il simbolo ecumenico dell'unità della chiesa nella fede. Mentre il cosiddetto simbolo degli apostoli è stato recepito e usato solo nell'occidente cristiano, il simbolo di Nicea unisce tutte le parti della chiesa cristiana, oriente e occidente. * Noi seguiremo i temi come proposti dal simbolo apostolico data la sua con-cisione. Senz'altro leggeremo il simbolo niceno.


Aiuta la mia incredulità
(Mc 9:24)

Presentazione del percorso di lettura del Simbolo apostolico
«Il cristianesimo affronta una situazione difficile» ove «la posta in gioco ecumenica non è più l’unità delle chiese: è la forza della loro testimonianza resa all’unico mediatore di Dio, Gesù il Cristo. L’unità delle chiese risulterebbe, allora da una situazione che esige che vengano presi sul serio i dubbi, le esitazioni, i rifiuti dei nostri contemporanei. Le contese intestine e le divisioni non possono più servire come scappatoie di fronte alle inquietudini del nostro secolo» (Christian Duquoc, L’unico Cristo – La sinfonia differita, Brescia). Queste parole costituiscono un profetico invito a porsi in dialogo con il mondo contemporaneo cercando Di ed imparando a cogliere ed a capire le angosce, le ansietà che vanno sempre più moltiplicandosi, come anche le speranze perché non si spengano. Sono angosce, ansietà, speranze di tutti, anche di quanti confessano con convinzione la loro fede. E' consigliabile di non riproporre dogmi e presunte certezze, ma offrire segni di accoglienza nei confronti di amici i dubbi dei quali, unitamente ai nostri, possano accendere nuovi motori di ricerca. Forse è ancora attuale quanto scriveva Mario Gozzini negli ultimi anni ’60: «Oggi la fede cristiana è diventata ‘più difficile’ di ieri. … Essere cristiani … oggi, costa immensamente di più» (La fede più difficile, Firenze). Con parole analoghe ed in un tempo molto vicino a noi, Alberto Ablondi, maestro di ecumenismo, concludeva un suo intervento affermando: "E' più facile essere cattolici, valdesi, battisti che cristiani". Era il 18 dicembre dello scorso anno 2004! Leggere insieme il ‘Credo’ in chiave ecumenica vuole essere un tentativo di volgere in quesiti quanto da secoli è dichiarato sotto forma di affermazioni pressoché definitive, definitorie e indiscutibili. E' un invito a ‘parlarne insieme’ con fraternità ed umiltà consapevoli tutti di trovarci nella condizione di quell’interlocutore di Gesù che, in un momento di crisi molto seria, esclamo: “Credo (pistéuô), tu aiuta la mia incredulità (apistía)! (Mc 9:24b).
All'interno di questa polarità che ci accompagna situeremo le varie asserzioni che leggeremo parola per parola considerando il Credo o ‘simbolo apostolico’ una sintesi essenziale della fede cristiana. Sappiamo che non è l'unica, forse soltanto la prima extrabiblica. Nel corso del tempo ne sono state formulate diverse altre. Sono documenti che hanno cercato di sintetizzare nelle varie contingenze storiche il messaggio biblico di fronte ai nuovi problemi ed eresie sconosciute nel periodo apostolico (O. Cullmann). Il più noto, oltre il simbolo apostolico, è il simbolo nicenocostantinopolitano con qualche enfasi di troppo ma con evidenti dichiarazioni antiariane. Il nostro percorso prevede l’assecondamento del simbolo apostolico che considereremo una sorta di 'scaletta tematica' i cui gradini saliremo con tutta l'attenzione che gli spazi di volta in volta disponibili ci consentono. Seguiremo parallelamente il simbolo nicenocostantinopolitano che motivi storici, teologici ed ecumenici obbligano a tenere in seria considerazione. Sarà questo il binario dal quale cercheremo di non deragliare. V'è infatti materia più che sufficiente per un cammino sereno e dialogico. Nella esposizione del simbolo apostolico non vi sarà alcuna tentazione catechetica e, perciò, dogmatizzante. ‘Dogma’ è una brutta parola! Dogmatizza chi pretende di avere la verità in tasca, il che genera violenza e intolleranza. Occorre ragionare insieme e imparare. «Paradossalmente è stato detto, uno dei contributi del cristianesimo all’Europa (ma non solo all’Europa, ndr) in questo momento deve essere proprio credere nella ragione. (.) Pensare attentamente può sanare le divisioni e farci progredire nel viaggio. Una società che perde fiducia nella possibilità della verità alla fine si disintegra. Agostino d'Ippona chiamava l'umanità 'comunità di verità'. E' l'unico fondamento su cui possiamo appartenere gli uni agli altri»» (Adista 28.05.05). Qui conviene ricordare un dettaglio che sembra inafferrabile: pensare corrisponde al latino cogitare, verbo che esprime compagnia e solidarietà; infatti cogitare significa 'agire insieme'. Non è poca cosa! Mentre per una storia delle confessioni di fede rimandiamo ad opere specializzate, qui ci preme ricordare che ve ne furono anche all'interno delle tradizioni di Israele. Le troviamo formulate nell’Antico o Primo Testamento. La più nota tra esse E' quella di Deuteronomio 4:6a e che si apre con la bellissima esortazione: “Ascolta Israele!” (Shema’ Jisra’el!). E' una confessione di fede o atto di fede che anche oggi gli Ebrei credenti recitano almeno due volte al giorno. «E' una riaffermazione ininterrotta della fede incrollabile nell’Unità ed Unicità del Signore Dio, secondo la prescrizione della Legge» (T. Federici). In realtà «il giudaismo non contiene una formulazione sistematica di dogmi, ma alcuni pensatori e maestri elaborarono una serie di articoli di fede. Filone formulò cinque principi fondamentali, mentre Maimonide elencò tredici articoli di fede. Altri, come Chasday ben Abraham Crescas e Yosef Albo, proposero formulazioni diverse» (Ebraismo, di Dan Cohn Sherbok, S. Paolo, Milano). Avremo occasioni per riandare al Primo o Antico Testamento patrimonio della realtà ebraica innanzitutto ma anche di quella cristiana. Per il mondo islamico-musulmano «La professione di fede – primo e più importante pilastro dell’Islàm – è espressa con la formula: “Attesto che non c’è divinità all’infuori di Dio, e che Maometto è l’inviato di Dio”. Gli sciiti aggiungono: “e che Alì è l’amico di Dio”. Secondo un hadîth, Maometto ha detto: "Non vi ho dato nulla di più importante della shahâda". Pronunciata in arabo, con l'intenzione di abbracciare l'Islàm e davanti a due testimoni, è prova sufficiente della conversione. Oltre a questa professione di fede, ce n'è un'altra detta aqîda, più sviluppata e variamente formulata dai teologi Musulmani» (Islam, Cherubino M. Guzzetti).


Base d’ascolto 01: <<Io credo.>>


Ancora fermi alla soglia del Simbolo apostolico, pronti ad approfondire la prima asserzione, “Io credo…”, e ad inoltrarci subito dopo nei diversi àmbiti del suo oggetto, conviene trattenere la nostra attenzione sul credere inteso quale atteggiamento dello spirito umano sia religioso che laico. Credere è, antropologicamente pensando, atteggiamento comune alle più svariate e diverse culture e religioni di ogni epoca. Si concorda “nel ritenere che usi e costumi religiosi siano presenti in tutte le culture: anzi in molte culture le credenze e le pratiche religiose possono svolgere un ruolo capitale nel processo di integrare aspetti culturali diversi, sino a formare un’unità funzionale. Naturalmente in molte culture le credenze e le pratiche religiose differiscono molto da quelle a cui (siamo abituati): tutte però si somigliano in quanto si occupano del soprannaturale, (sono) legate al concetto del soprannaturale” (R. B. Taylor).  Questo dato esige da parte di tutti i credenti il rispetto più radicale verso tutte le religioni evitando pretese di assolutezza e di supponente, arrogante superiorità culturale. Che si sia cristiani o no occorre aprirsi alle varie forme di dialogo ecumenico a cominciare da quello intracristiano, cioè con quelle confessioni che si rifanno al Simbolo apostolico come al Simbolo nicenocostantino-politano, per estenderlo ed abbracciare le altre religioni mondiali a partire da quelle abramitiche alla pari del cristianesimo, cioè ebraismo ed islàm. L'aggettivo ecumenico deriva da ecumene «termine che meno che mai oggi può venire compreso in senso stretto, circoscritto, ecclesiocentrico: l'ecumene non può restringersi alla comunione delle chiese cristiane, esso deve includere la comunione delle grandi religioni, se – stando al significato originale del termine – ecumene designa l'intero mondo abitato» (H. Kung). Le religioni proprio nel ravvisare il loro ubi consistam nel credere qualcosa o in qualcosa sono implicitamente invitate a porsi in dialogo tra loro, ognuna con le opzioni diverse dalla propria e ciò per la sola e ineludibile ragione che in ogni caso si tratta di un credere che – alla pari del laico (non laicista) non-credere – nessuno può identificare con il sapere. Si crede ma non si sa. Se si sapesse non si crederebbe. Ascoltarsi, conoscersi, confrontarsi è l’attitudine più intelligente (= intus legere) e ragionevole per esprimere rispetto verso quelle forme culturali e di costume che di ogni fede sono espressioni vissute. Sarà il dialogo rettamente inteso a trasformare il credere in anticipazione del sapere. Il credere poggia su convinzioni soggettive, il sapere tende ad essere oggettivo, oltre a conservare una sua soggettività. Prima che questo fosse almeno in parte chiaro al nostro pensiero, l'apostolo Paolo già nei suoi testi accennava alla fede come ad una preconoscenza: “Ora conosco in parte, ma quando la perfezione sarà venuta…conoscerò pienamente” (1 Cor 13:10,12c/d). La fede, il credere, rimane come una nuova forma di conoscenza che, però, non ha possibilità di dimostrazione perché non ha fondamenti empirici, non può lavorare su oggetti offertici dai sensi, conserva, però, una sua piena validità come determinazione di principi a presidio e ad orientamento di esistenza condotta "per fede…” (Eb 11). Quando non si può conoscere qualcosa né per esperienza scientifica e neppure per dimostrazione logica, se il qualcosa non contraddice ciò che è dimostrabile e sperimentabile, esso conserva il carattere di probabilità che nulla impedisce di crederla razionalmente e da ritenerla addirittura come fondamento 'religioso' più vero e profondo della propria storia. Il cristianesimo, quello degli evangeli, è una rivelazione capace di suscitare una fede che fa credere in essa (rivelazione) senza compromettere la scientificità e la razionalità del pensiero umano che non può non vederla accordabile con il suo sperimentato e dimostrato. Si leggano le parole d Paolo in Rom 10:14-17. La non certezza del credere richiama in qualche modo la presunta certezza del non credente rispetto al quale il credente, spesso, malcela una certa ingiustificata superiorità. Invece, il dialogo tra il credente e il non credente, al di fuori di ogni tentativo di cattura proselitistica, può rendere un grande servizio alla verità. Carlo Maria Martini, maestro anche in questa direzione con la sua Cattedra per i non credenti, scrive: «Un incontro profondo, non estrinseco, diventa possibile tra credenti e non credenti, accomunati nella fatica della ricerca, pronti a sostenere il peso delle vere domande: l'uno si pone in ascolto dell'altro, e può ritrovarvi l'altra parte di sé, può purificare se stesso alla scuola delle inquietudini che l'altro vive e delle luci che brillano nel suo cuore inquieto. Questo incontro richiede una grande onestà intellettuale, un coraggio e un amore della verità a tutta prova». Ed aggiunge: «Il dialogo con i non credenti può stimolare nei discepoli la vigilanza della fede, e renderli più umili e attivi nella ricerca e nella domanda davanti a colui al quale si affidano. “Credo, aiutami nella mia incredulità” è veramente la preghiera di chiunque sia alla ricerca di un senso nella vita» (Parola alla chiesa, Parola alla città, p. 1173, 1174). Un recente documento ecumenico del Gruppo Teologico del SAE recita: «Chi osa dire "Credo!" sa bene che può dirlo solo accompagnandolo con la preghiera di quel personaggio di un racconto evangelico che dice: “Io credo; vieni in aiuto alla mia incredulità”» (Protestantesimo 1/2005, p. 59). Sono quattro i sensi del ‘credere’; non si escludono ma non devono essere confusi. (a) «Credo a…»: ho fiducia, mi fido di qualcuno e di qualcosa: credo alle forze del bene. (b) «Credo in…»: concentro ogni mia fiducia in una persona o in una entità personificata. ‘Credo in te’ è molto più forte e sublime del ‘Ti credo’, o ‘Credo a te’. (c) «Credo che…» seguito dal congiuntivo (Credo che sia…) esprime probabilità, possibilità ma non un dato reale. (d) «Credo…» come semplice verbo transitivo con il suo conseguente complemento oggetto. Nel Simbolo apostolico ci imbattiamo nella formula (b) e nella formula (d).



TEMA: “Credo – Aiuta la mia incredulità”

“Abramo credette!" (Gn 15:6)

Il Simbolo apostolico si apre con un verbo - «Credo» - che appare per la prima volta in Genesi 15:6 ove si legge: “Abramo credette nel Signore”. Già prima di questa dichiarazione esplicita è evidente come, di fatto, Abramo obbedisca alla parola del Signore: infatti leggiamo che “Abramo andò come il Signore gli
aveva parlato” (Gn 12:4a). Qui apprendiamo che Abramo rimane coinvolto dalle parole che il Signore gli rivolge, parole che risuonano nel suo intimo con particolare intensità. Il testo ci obbliga a fermarci al fatto in sé, ma rimane pur sempre inimmaginabile l’aspetto emotivo che quella parola produce nel profondo del patriarca all’ascolto della ‘voce’ divina. Il testo riassume la ineffabile esperienza di Abramo con il verbo credere che da quel momento in poi caratterizza l’intera sua esistenza storica. Per questo, Abramo assurge a prototipo di credente per antonomasia non solo, ma addirittura di ‘padre di tutti i credenti’ a cominciare dai suoi due figli Ismaele (El shama = Dio ascolta, Gn 16:10-12; 21:13, 17-20) e Isacco (Gn 22:15-18), ai quali Ismaele, capostipite della realtà musulmana, e Isacco, di quella ebraica furono rivolte promesse nel solco di quelle stesse dischiuse al loro padre Abramo (Gn 12:1-3). E' interessante leggere che alla morte di Abramo “Isacco ed Ismaele, suoi figliuoli, lo seppellirono” (Gn 25:9). Ritrovarsi insieme alla tomba del padre non è rilevante solo per l'impatto emotivo del momento ma perché si riconobbero ancora una volta fratelli. Il testo biblico fa seguire subito dopo l'incipit della generazione di Ismaele (Gn 25:12-18), prima di introdurre quella di Isacco (v 20 e ss). Alla luce di Gal 4 «senza voler essere riduzionisti in senso paolino-luterano, è chiaro che il fato dell' uomo secondo la carne e il pellegrinaggio dei figli della promessa sono due modi distinti di intendere la vita. Isacco è un dono che non può essere spiegato altrimenti che come un miracolo. E Ismaele è un figlio ottenuto con precisa determinazione e accurata pianificazione. In quanto primogenito, Ismaele è il figlio del diritto, in possesso di tutti i diritti naturali. L'allegoria di Paolo non è dunque lontana da quanto si afferma nel racconto della Genesi» (W. Brweggermann, Genesi, Torino 2002, p. 222). Da Abramo in poi il credere costituisce l'unica forma di relazione tra l’uomo storico e il Dio trascendente. E' il fil rouge che attraversa tutte le Scritture bibliche. Per l’uomo storico, colto nella realtà della sua condizione, il credere assume connotazioni diverse. Quando il fatto religioso è fondativo di una cultura o quando una cultura si sviluppa intorno ad un nucleo religioso il credere più che adesione del singolo, si pone come sua propria dimensione culturale di appartenenza. Cioè, quando la cultura è intesa come una totalità di vita generalmente integrata intorno ad una credenza religiosa, il soggetto finisce per accettare, pur nella più ampia e varia sensibilità, i modelli di adattamento che gli vengono proposti. Quando, invece, il dato religioso si affaccia ad una cultura e ad essa si propone – è il caso della predicazione cristiana (Rm 10:17) – il credere risulta adesione libera della singola coscienza che si dispone alla fede. In tal caso l'adesione alla fede esalta la libertà, la fedeltà e l'amore verso Colui che si presenta sempre nuovo e che, perciò, ogni generazione deve nuovamente conoscere e riconoscere. Quando si è voluto imporre la fede cristiana e costringere ad aderire ad essa, ci si è trovati a dover parlare di cultura cristiana indotta od anche di cristianità. Si pensi per un istante al saggio di B. Croce: “Perché non possiamo non dirci cristiani” pubblicato per la prima volta nel 1942. Il Croce, sgusciando dal condizionamento della cultura dominante, apprezza anch'egli il cristianesimo (privo di trascendenza e al di fuori di ogni confessionalismo dogmatico) ma non come fede bensì come la sola àncora di salvezza per questo mondo. E' 'cristiano' chiunque operi al di fuori della chiesa purchè interiormente orientato alla verità dello Spirito. Croce di certo non si riferisce allo Spirito santo, però, l'intuizione crociana propone ad una coraggiosa riflessione pneumatologica un possibile solco di ricerca se è vero, come è vero, che lo Spirito, proprio come il vento di giovannica memoria, “soffia dove vuole” (Gv 3:8). Il messaggio cristiano non si impone ad alcuno tantomeno alle culture con le quali è molto più corretto e conveniente porsi in dialogo, pur nella consapevolezza di gestire una proposta che, mentre trascende il dialogo stesso, ne costituisce il nucleo. Il messaggio cristiano, come invito alla fede, può raggiungere la persona nel cuore del suo progetto di vita. Molto dipende dalla coscienza che il credente deve avere della propria configurazione culturale, come anche di ciò che v'è di buono e di cattivo, di vero e di falso, di chiaro e di oscuro nella traduzione etica e comunitaria del messaggio evangelico. Il credere di Abramo è stato e rimane anche di Ismaele e di Isacco pur all'interno dei propri millenari percorsi storici. Pertanto il credere è il postulato primo sia dell'ebraismo che dell'islamismo. Dall'ebreo Gesù il credere è rilanciato come speranza possibile per l'umanità tutta intera. Con l'ebraismo, il cristianesimo condivide l'Antico/Primo Testamento (che costituisce la Bibbia in senso stretto). L'Islàm, a sua volta, è anch'esso portatore dell'idea di un Dio trascendente che, però, si è rivelato pienamente nel Corano (Qur'?n = lettura a voce alta, proclamazione) a volte visto come la parola stessa di Dio. Pur conservando chiara l'idea della trascendenza, il musulmano "è profondamente convinto di conoscere la verità di Dio, cosa che gli dà una grande certezza nelle sue affermazioni e, nella sua estrema ed assoluta fiducia nel Corano, non si pone domande su ciò che crede" (G. La Torre). Per molti cristiani è impossibile un dialogo con l’Islàm; ciò è dovuto soprattutto ad una mancanza di conoscenza oggi necessitata da incalzanti avvenimenti. Qui vogliamo solo significare che il dialogo è la prima e più vitale metodologia per una reciproca conoscenza e che il dialogo non è identificazione con l'altro ma, forse, riscoperta della propria identità.



« … in Dio Padre…»

«Credere in Dio» vuol dire imbattersi in un’autorità massima, assoluta, trascendente e diversamente compresa e vissuta dai vari gruppi di credenti abramitici e monoteisti. Si tratta di un’autorità solitamente intesa inaccessibile, fredda che non è possibile e non è lecito interrogare. I rapporti piuttosto negativi che si hanno con le nostre autorità tradizionali come rappresentate dalle varie istituzioni, determinano una falsa comprensione e quindi un distacco da quella autorità per antonomasia che indichiamo quando diciamo «Dio». Il «Credo», come sappiamo, poggia su un’ampia documentazione biblica ricca di un folto pacchetto di rivelazioni ricevute nel corso della storia;  sono rivelazioni che Dio dà di sé e che, lette con serenità e semplicità, consentono di rendersi conto e prendere atto che quell’autorità che noi chiamiamo «Dio» intende essere riconosciuta con il nome di Padre. Purtroppo anche questo aspetto positivo e relazionale di Dio viene a volte messo in crisi dalla grande ambiguità con la quale noi umani viviamo la paternità genitoriale sia attiva, in quanto genitori, sia passiva in quanto figli. «La parte del padre nella educazione si riduce spesso a sanzionare gli intenti realizzati e, in particolare, i non realizzati dell’educazione materna. E questa sua funzione, il padre la svolge spesso in forme e in stati d’umore che hanno le loro ragioni al di fuori della famiglia e che quindi i figli non possono intuire. Ecco quindi che il padre viene avvertito facilmente come qualcuno su cui non si può fare alcun conto». Tutto questo (ed altro) rende il discorso su Dio più difficoltoso di quanto non sia già di per sé. Le nostre riflessioni su Dio si muovono in una prospettiva storica perché è nella storia che Dio si è rivelato e si rivela a cominciare dalla esperienza di fede di Abramo che propone ancor oggi una base dalla quale si dipana una progressiva precisazione, ma non certo un «autentico mutamento». Pensare alla fede di Abramo ci porta ad osservare che egli, sì, accetta la chiamata di Dio ma onora altresì la memoria del padre Tare che, prima di lui, per ordine di Dio lascia Ur dei Caldei diretto a Canaan. Si ferma, però, a Carran da dove Abramo parte per riprendere il cammino "senza sapere dove andava" (Eb 11:8b), ma senz'altro per diventare egli stesso padre (Gn 11:31-32; 12:4b; Atti 7:2-3) di una generazione naturale come anche di una generazione spirituale nella quale non possiamo non riconoscerci. V'è da ritenere che Abramo avesse una idea di Dio come padre anche se ci manca una sua esplicita dichiarazione in questo senso. Dire «Dio Padre» ci fa pensare ad un Dio non distaccato dalle sue creature ma chinato su di loro, chinato verso gli uomini, verso tutti gli uomini i cui destini Egli segue come Suoi figliuoli anche se distratti e variamente disorientati. All’intera umanità ha sempre inteso rivelarsi sia nel solco della storia di Israele che nella storia dell’ebreo Gesù. Questi, a sua volta, si dichiara e si presenta quale Figlio di Dio innanzitutto per rivelare nella più trasparente e definitiva chiarezza che Dio è Padre sino a far dire anche a noi e senza alcuna linitazione: “Padre nostro…”. Sono diverse le fonti bibliche che ci assicurano la paternità di Dio; qui ci limitiamo a Gesù ed a Paolo. Dalla predicazione di Gesù apprendiamo di detta paternità la sua dimensione verticale; Paolo ne approfondisce quella latitudinale e cosmica. Di Gesù conosciamo il rapporto con Dio come Suo Padre. Chi non ricorda il suo pregare?! Ma, a parte quanto rientra nella Sua esperienza personale quale uomo tra gli uomini, Gesù con la Sua condotta, non solo esemplare bensì anche esemplificativa, si propone di indirizzare l’attenzione religiosa verso Dio in quanto Padre ed anche in questo non dimentica il carattere mediatoriale del suo ministero. Più direttamente lo fa con il suo insegnamento quando del Padre parla con dichiarazioni precise quali: “il padre vostro celeste”, "vostro Padre”, “tuo Padre”, etc. Nella sua idea di Padre Gesù concentra il senso della paterna cura che Dio ha per gli uomini, ai quali fa dono amorevole di sè, assicurando un perdono che mai lascia mancare. Sarebbe tanto più coerente titolare la nota parabola di Lc 15:11-32 non come del "figliuol prodigo" quanto invece come del "padre amorevole". Il concetto di Padre nella predicazione di Gesù costituisce un affascinante e stupefacente tema a sé stante. Per Paolo, la cui teologia ha tratti di assoluta e reale originalità, Dio è “Dio e Padre nostro” (Gal 1:1 e 3; 1 Ts 1:3), ma è anche di tale amabilità da poter istaurare un rapporto seriamente confidenziale con Lui e chiamarlo Abbà (Rm 8:15 e Gal 4:6) corrispondente al nostro papà, babbo, babbino, papi, . Paolo, però, nella sua coscienza di apostolo delle genti imprime una particolare estensione alla paternità di Dio quando, agli Efesini, scrive: “Dio, Padre di tutti, che è sopra tutti, agisce per mezzo di tutti e dimora in tutti” (4:6). A parte l'intento monoteistico, Paolo riprende in modo molto radicale l'insegnamento di Gesù per il quale la paternità di Dio si estende, sì, su tutti i credenti, a qualsivoglia famiglia confessionale appartengano, ma «non si può non concludere che per Paolo la paternità di Dio si estende (anche) ai non credenti, se non altro in termini potenziali» (Best). L’appellativo di Padre che si dà a Dio è un dato che nella storia delle religioni è diffusissimo e non costituisce una particolarità delle sole religioni bibliche, ebraismo e cristianesimo. Va detto che Israele conosceva e conosce Dio come Padre: Deut. 32:6b; Salmo 103:13; Ger 3:4; Is 63:16a. Non così per l’Isl?m che nel suo monoteismo assoluto riconosce Dio/Allàh e il Corano non si stanca di ripetere che è, sì, trascendente e irraggiungibile da parte dell’uomo che è suo schiavo (‘abd), ma è anche «clemente e misericordioso» ed è vicino all'uomo «più della vena grossa del suo collo» (Corano 50:16). Se nell’Isl?m è assente l’idea di Dio come padre – un padre è genitore e per il Corano Dio non genera ma crea – non manca l'invito a confidare in Lui, proprio come ad un padre: «Quando hai preso una decisione confida in Dio, ché Dio ama quei che confidano in Lui. Se Dio vi aiuta nessuno può vincervi e se Dio v’abbandona chi v’aiuterà? Confidino dunque in Dio i credenti!» (III, 159b-160) .



«… creatore del cielo e della terra…»

Ben prima che il Simbolo apostolico venisse formulato così come oggi lo conosciamo, è la Bibbia ebraica e cristiana che si presenta con il noto incipit: «Nel principio Dio creò il cielo e la terra» (Gen 1:1). E' una dichiarazione che appartiene al primo dei due racconti della creazione, che sono: Gn 1:1-2:4a, brano che appartiene alla fonte sacerdotale (P, da Priestly) e Gn 2:4b-3:24 che appartiene, invece, alla fonte jahvista (J). Segnalare questa appartenenza letteraria – per la quale il nostro tema dipende da Gn 1:1 – significa constatare che condividiamo con la realtà ebraica la nostra fede in Dio creatore. Non solo, perché anche la realtà islamica crede in Dio creatore in parallelo con noi cristiani e con i fratelli ebrei. Nel Corano leggiamo: «Noi creammo l’uomo, e sappiamo quel che gli sussurra l’anima dentro, e siamo a lui più vicini che la vena grande del collo» (L,16; cfr XXXV, 16). Nel Corano si trovano due verbi che indicano l’atto del ‘creare’: il primo è bara’a che richiama l'ebraico bara; il secondo è khalaqa che significa piuttosto 'modellare' ed è più frequente del primo. L'idea della creazione per il musulmano rimanda alla onnipotenza di Dio la cui azione creatrice E' inestinguibilmente presente. Il lettore della Bibbia non deve stupirsi se nel Corano (XVI,40) legge: «E il Nostro parlare a una cosa quando Noi la vogliamo, è dirle: “Sii!” ed essa è». (Cfr Sal 33:9, testo princeps). La fede ebraico-cristiana o biblico-cristiana afferma che Dio è il creatore e che il mondo è la sua creazione; inoltre l’uomo è il centro di questa creazione e tra tutte le creature è quella più corispondente a Dio e suo interlocutore. Con la espressione ‘cielo e terra’ si intende l'intero cosmo, tuttavia nella letteratura ebraica, in particolare nel Bereshit Rabbâ, troviamo il problema della priorità. Ivi leggiamo che per «la scuola di Shammaj: il cielo fu creato per primo, e poi successivamente la terra. Per la scuola di Hillel: la terra fu creata prima, e poi il cielo. Ed ognuno portò argomenti in appoggio alle Sue parole (.). Per Shammaj ciò è simile ad un re, il quale si è fatto prima un trono, e dopo lo sgabello per i suoi piedi, perché sta scritto: "Il cielo è il mio trono, e la terra è lo sgabello dei miei piedi” (Is 66:1). Per Hillel è simile ad un re che costruisce un palazzo: prima costruisce i piani inferiori, e dopo i superiori. Così:"Quando fece il Signore Dio la terra ed il cielo" (Gen 2:4)». (Cfr. Bereshit Rabbâ, I Classici della religione, UTET, p. 37-38). Non sono mancati quelli che hanno seguito Shammaj ed altri che hanno seguito Hillel: si tratta pur sempre di due grandi e riconosciuti capiscuola. Però «dice R. Eleazar b.R. Shimmon: Secondo l'opinione di mio padre, alcune volte la terra precede il cielo, ed altre volte il cielo la terra, per insegnarti che ambedue hanno il medesimo valore" (op. cit., pag. 38). Tale è anche la nostra convinzione dal momento che dire ‘cielo e terra’ significa indicare l'intero cosmo e non parte di esso. Il prima e il dopo sostenuti per ragioni diverse dalle diverse scuole ci aiutano senz'altro a credere ed a capire che la 'creazione' non si risolve in un atto ma si articola in un divenire continuo. La descrizione successiva, quella 'in giorni', consente di sostenere un annodamento del momento creazionistico e del momento evoluzionistico. Gerard von Rad raccomanda: «Il lettore odierno, ossessionato dal problema (del rapporto) di scienza e fede, deve guardarsi dal leggere in questo testo tensioni di tal genere. Certamente ci troviamo di fronte alla divulgazione di cognizioni di vario genere sull'origine del mondo, quali si erano allora raggiunte, e sotto questo aspetto tale sapere è oggi superato. Ma di queste cognizioni si fa parola non per se stesse, ma per aver modo di introdurre affermazioni particolareggiate sulla creazione operata da Dio. Fede e visione scientifica del mondo coincidono qui così pacificamente che sono proprio i materiali scientifici che danno la possibilità di parlare di Dio!» (Genesi, Brescia 1978, p. 54). La fede, quella per la quale diciamo ‘Io credo’, non si rivolge alla creazione ma al Creatore al Quale va ascritta una 'prima mossa' irraggiungibile nell'ab aeterno. La creazione, intesa come l'infinito cosmo, non ha in sé alcuna sacralità e non la si può immaginare come divinità né in toto né in parti. E' affidata alla fruizione ed alla custodia/cura da parte dell'uomo (Gn 2:15) che, solo, ne può seguire la sviluppo dato il continuo estendersi dell'universo nello spazio e nel tempo. La fede in Dio creatore, come affermata nei racconti biblici, intende abbattere o, meglio, superare i vari miti cosmologici babilonesi. Come già si è accennato, i racconti biblici si propongono di confessare la realtà di Dio in contrapposizione alle tante cosmogonie mitiche; invito all’uomo di orientare la sua fede e il suo culto non verso la creazione – si pensi ai culti astrali dei quali rimane traccia nelle facezie oscurantistiche dei cosiddetti influssi zodiacali – ma verso il Creatore, Colui che è l’irraggiungibile principio del tutto. E' stato ben detto: «Il moderno sapere scientifico-naturale circa il cosmo (che non a caso comincia a crescere nel momento in cui si dissolve la cristianità chiusa del medioevo!) serve alla fede, poiché la costringe ad immaginare Dio creatore non come un produttore bensì come un parlante, il Cristo non come un semideo greco (demiurgo) bensì come Parola di Dio». La natura, tuttavia, anche se avvolta dalla «sapienza misteriosa e nascosta che Dio aveva prima dei secoli» (1 Cor 2:7), è donata all’uomo e lo circonda come una benedizione. La natura non è ostile all’uomo, anzi lo protegge, lo nutre, lo cura. Il rapporto che Gesù ha avuto con la natura dimostra la assoluta armonia che l’uomo può anch’egli conseguire nei confronti del creato quale palcoscenico della sua storia anche se a volte drammatica. L’ostilità che spesso si scorge tra uomo e natura, quale deriva della ostilità tra uomo e uomo, non ha alcun senso alla luce della fede nel Dio Creatore dei cieli e della terra. Decisiva la parola dello scritto agli Ebrei (11:3): «Per fede noi sappiamo che i mondi – si osservi il plurale – furono formati dalla parola di Dio, sì che da cose non visibili ha preso origine quello che si vede». Varrebbe chiedersi non come Dio abbia creato il mondo, ma quale servizio io possa rendere al mondo.



«Credo in Gesù …»

Credere in Dio, come si è potuto osservare, è comune ai credenti cristiani come anche ai credenti ebrei e musulmani. Da questa affermazione in poi Credo in Gesù … si dispiega il proprium del cristianesimo nelle sue tre espressioni confessionali: cattolicoromana, ortodossa e protestante/evangelica. Per miglior chiarezza qui ci limitiamo a parlare di Gesù per poter poi soffermarci sull'appellativo Cristo che solitamente si accompagna al suo nome. A Maria, che si disponeva ad accogliere nel suo grembo il miracoloso concepimento di un inatteso figliolo, fu suggerito: «Gli porrai nome Gesù!» (Lc 1:11). Ugualmente fu detto a Giuseppe sollecitato ad accettare con serenità l’evento che si preannunciava:
«Tu gli porrai nome Gesù – e fu aggiunto – perché salverà il suo popolo…» (Mt 1:21).
Il primo elemento di eccezionalità assoluta che non può non predisporre a ‘credere’ sta nelle parole dette a Maria: «Lo Spirito santo verrà sopra te, e la potenza dell’Altissimo ti adombrerà; pertanto ciò che nascerà da te, santo, sarà chiamato ‘Figliuolo di Dio’» (Lc 1:35). A Giuseppe viene altresì detto e più succintamente: «Ciò che in lei – in Maria sua moglie – è generato è dello Spirito santo» (Mt 1:20). Un’autentica partenogenesi in adempimento di un’intensissima serie di profezie disseminate lungo l’intero Primo Testamento tra le quali primeggia quella di Is 7:13 e 14 «Ora ascoltate, o casa di Davide! …Il Signore stesso vi darà un segno: ecco, la giovane concepirà, partorirà un figlio, e lo chiamerà Emmanuele». Che pensare di quanto Virgilio (70 a.C.-19 a.C) canta a proposito di una vergine che partorirà e di un puer che rappresenta una generazione nuova ed iniziatore di una umanità rinnovata, il che ha fatto parlare di un messianismo virgiliano (Is 11:6)? La prima profezia biblica è quella di Gn 3:15 a proposito della quale va ricordata la parola piuttosto definitiva di Giovanni Paolo II che chiarisce, soprattutto per il mondo cattolico (per il protestantesimo ed evangelismo è stata sempre una conclusione scontata), che a «schiacciare» la testa al serpente, cioè a sconfiggere il male ed il suo potere, non è stata ‘la donna’ (cioè Maria), ma la ‘sua progenie’ (cioè Gesù). La versione greca dei LXX rende 'progenie' con il termine sperma (Gn 3:15)! Quanto è qui solo accennato è sostenuto dalle due genealogie di Gesù riportate da Matteo (1:1-16) e da Luca (3:23-38). Quella di Matteo, evangelo redatto per i cristiani di origine giudaicocristiana e per la realtà ebraica, risale fino ad Abramo e ciò per segnalare (nell’intento teologico dell’Evangelo) che Gesù nasce dal popolo ebraico a compimento della promessa fatta ad Abramo e costantemente ricordata dai profeti. Vuole altresì ricordare anche a noi di questo inizio del terzo millennio che Gesù era, è stato e rimane ebreo! Non è un caso che Matteo segua la genealogia di Maria: infatti la ebraicità è assicurata dalla madre e non dal padre. La geneaologia mattaica si chiude con l’annotazione «… e nato Gesù, che è nominato Cristo» (1:16b), appellativo che riconosce – a eventi adempiuti e come vedremo – il senso della vita e dell’opera compiuta da Gesù. La genealogia di Luca è più universalistica e risale fino ad Adamo, quindi a Dio; ciò sta a certificare la vera umanità di Gesù: nasce dal popolo ebraico ma è uomo e il suo impegno non si limita alla «salvezza del suo popolo», secondo Mt 1:21b), ma dell’intero genere umano. La prima promessa, il protoevangelo  di Gn 3:15 si situa in quella sezione del libro, il primo della Bibbia (capitoli da 1 a 11), che è correttamente riconosciuta come una sorta di saggio di storia universale; comprende, infatti, il noto capitolo 10 che presenta la famosa ‘tavola dei popoli’ ai quali andrà ad aggiungersi quello ebraico. Tra le due genealogie quella secondo Matteo merita una particolare attenzione perché è attraversata dalla chiara intenzione di affermare il tratto regale della persona di Gesù in quanto discendente dal re Davide. Da questo più che importante dato biografico deriva la grande rilevanza che vien data, e deve essere data!, al fatto che Gesù è nato a Bethlehem (Cfr Mt 2:6 con Michea 5:1-2). Sottolineare il luogo di nascita rientra nel punto di vista particolare dell’evangelista Matteo che considera tutta la storia di Gesù come un adempimento delle profezie messianiche veterotestamentarie. Vale leggere Mt 1:17 «Da Abramo fino a Davide sono in tutto quattordici generazioni; da Davide fino alla deportazione in Babilonia, quattordici generazioni; e dalla deportazione in Babilonia fino a Cristo, quattordici generazioni». Non solo nomi di testimoni che hanno fatto grande la storia, ma anche di quattro donne, di cui due prostitute: Tamar, Rahab, Rut e Betsabea; le prime tre non israelite e la quarta sposata a un non israelita. Non possiamo non trattenerci ulteriormente sulla discendenza davidica di Gesù molto spesso indicato «Figliuol di Davide». E' titolo che incontriamo soprattutto in Matteo e solo due volte in Marco (10:47-48; 12:35-37) e due volte in Luca (18:38-39; 20:41-44). Nel Primo Testamento ci imbattiamo nella promessa fatta a Davide: «Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu giacerai coi tuoi padri, io innalzerò al trono dopo di te la tua progenie, il figlio che sarà uscito dalle tue viscere e stabilirò saldamente il suo regno… Io renderò stabile in perpetuo il trono del suo regno» (2 Sam 7:12-13). E' promessa che si prolunga nel tempo; rimane mortificata dalla decadenza in cui scivola la monarchia e dalla susseguente dominazione e deportazione; la dignità regale viene ad assumere il carattere di attributo principale del Messia. Perciò al battesimo, Gesù viene indicato, da «una voce dal cielo», come «mio diletto Figliuolo» (Mt 3:17; Mc 1:11; Lc 3:23). «La dichiarazione fatta a Gesù nel momento in cui riceve lo Spirito santo è originariamente applicata al re che sale sul trono d’Israele. Essa consacra dunque Gesù come Re… Egli sarà il Re d’Israele, il solo, il vero, il capo di quel Regno che nello stesso tempo instaura ed incarna. Rivestirà le prerogative reali e le eserciterà, per la virtù di quello Spirito che ha ricevuto con una dignità ben superiore a quella degli altri re» (Leenhardt).



«Credo in Gesù Cristo …»

L’umanissima esistenza storica di Gesù malcela in Lui la presenza di Dio tra noi umani. Il nome attribuitoGli alla nascita, Emanuele (= Dio con noi), annunziava questo dato che era anche un messaggio. Di volta in volta lo lasciavano trasparire i suoi gesti, le sue operazioni potenti o miracoli in quanto segni. Gesù rappresentava pur sempre un caso straordinario oggetto di interpretazioni le più disparate. Lo scopriamo nella risposta che i discepoli dettero a Gesù che chiedeva: «Chi dicono gli uomini essere il figlio dell’uomo?» (Versione letterale di Mt 16:13). «Alla domanda corrispondono da una parte le svariate risposte degli uomini, che si riesprimono attraverso i secoli sino a noi in schemi diversi ma in sostanziale affinità, configurandosi in valutazioni che prescindono dalla fede e che quindi, anche se vengono formulate nella Chiesa, sono estranee alla Chiesa, in quanto non sono fondate sulla pietra che fonda la Chiesa: la confessione e l’ubbidienza della fede (…).  Alla domanda corrisponde d’altra parte la risposta dei discepoli, che presenta una sostanziale unità» (V. Subilia). Quella risposta pronunziata da Pietro a Filippi rimane paradigmatica per tutte le epoche: «Tu sei il Cristo!» (v. 16b). Possiamo affermare che la venuta di Gesù sulla terra, è il segno sensibile, visibile della pienezza invisibile del Cristo totale. La riflessione teologica sul Cristo può avere due punti di partenza: dall’alto (cristologia dall'alto), cioè l'incarnazione del Verbo; dal basso (cristologia dal basso), cioè la storia di Gesù di Nazareth. E' evidente che i due punti di partenza devono integrarsi al fine di fissare la identità di Gesù come Figlio di Dio. Cristo è la versione greca dell’ebraico m?šhîah, unto, che rimanda ad un rituale di unzione attestato per i re, per i sacerdoti ed i profeti. In forza di tale unzione le persone consacrate sono rese sacre e intoccabili (1 Sam 24:11). Il fine della unzione era quello di conferire forza, potenza, in altre parole una autorità che esprime la volontà di Jahvé. Varrebbe chiarire il termine kabod che riassume i sensi più intimi della unzione e quindi del termine m?šhîah (Messia). Un termine che costituisce un caso classico ove per entrare nel significato più vero per la fede e di sicurezza scientifica per la comprensione culturale di un termine si imporrebbe un attraversamento della letteratura del Primo Testamento. Un tale esercizio ci porterebbe ad una felice prospettiva escatologica condivisa, anche se in attuali ottiche teologiche tra loro diverse, con la fede ebraica. Non manca il caso di un sovrano straniero, il re persiano Ciro, che viene da Jahvé investito di un incarico 'messianico' per la salvezza di Israele! Il Nuovo Testamento con l’appellativo ÷ñéóôüò (christòs) riassume tutta la complessità concettuale del Messia atteso e la attribuisce a Gesù ma a partire dalla Pasqua di resurrezione. E' questo evento, la Pasqua, che offre una incisiva chiave di lettura del Gesù-Messia. Da tener presente che tutti i documenti che formano il Nuovo Testamento sono stati scritti ben dopo la resurrezione di Gesù; non dobbiamo meravigliarci se, per es., Matteo (1:16) conclude la sua genealogia con «nacque Gesù, che è chiamato Cristo». Fa poi seguire, con il v. 18, la narrazione solenne della nascita di Gesù. Nel Nuovo Testamento christòs ricorre complessivamente 529 volte, di cui 379 in Paolo, 22 nella 1 Pietro, 37 volte in Luca (evangelo e Atti). Gesù, a sua volta, si è personalmente confrontato con le attese messianiche. Mentre vanno distinte affermazioni o riconoscimenti emersi in Galilea da quelli emersi nella Giudea, si può dire che amici ed avversari di Gesù, con toni ovviamente diversi, hanno fatto riferimento al tratto messianico della sua persona ed Egli non ha mai rinnegato. Un caso per tutti è la “testimonianza interrogativa” del Sommo Sacerdote che chiede a Gesù: «Sei tu il Cristo?» (Mc 14:61) e Gesù, secondo Marco, risponde: «Sì, io lo sono!» (v 62) per poi aggiungere: «… e vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo». Anche Luca ci propone la sua testimonianza: «Se tu sei il Cristo, diccelo. Ma egli (Gesù) disse loro: Se ve lo dicessi, non credereste; e se io vi facessi delle domande, non rispondereste. Ma da ora innanzi il Figliuol dell’uomo sarà seduto alla destra della potenza di Dio» (Lc 22:67-69). E qui Luca e Marco convergono. Gli autori neotestamentari propongono sfumature diverse nella lettura cristologica dell’evento Gesù. In Paolo, p.e., l'uso dell'appellativo 'Cristo' (= Messia) diventa quasi un secondo nome di Gesù. In realtà è in quanto 'Cristo' che Gesù assurge a immagine e modello di vita da capire ed imitare traducendo i valori che da Lui provengono come dati attuabili nel proprio personale stile di vita. Credere in Cristo significa assumere una tale 'cristicità'. Un 'credere' che ci coinvolge in «un corpo solo» (1 Cor 12:12) con quanti condividono una tale fede e in un legame che ci unisce al Cristo stesso e, suo tramite, a Dio (Gal 3:20). Credere in Gesù come «Cristo/Messia» significa porsi alle soglie di una cristologia che Lo situa al centro dell’intera storia dell’uomo, intesa anche come storia di una ricerca di Dio. Occorre varcare detta soglia ed entrare in dialogo con quanti si sono posti interrogativi ed ancora formulano domande. Fa sorridere lo slogan che ricorre in alcuni contesti: “Cristo è la risposta!”, perchè v’è da chiedersi se si conoscono le domande, se si intuiscono gli interrogativi, se si ascoltano i quesiti che si agitano e si rincorrono nell’animo dell’uomo di oggi. Credere nel Cristo vuol dire rendere attuale il messaggio di Gesù, riconoscere la imprescindibilità degli Evangeli nonché la loro contemporaneità rispetto alle generazioni delle varie epoche e delle varie regioni i cui problemi, attese, ricerche ed inquietudini potranno trovare indicazioni opportune se rettamente comprese e formulate. Da «Christòs» derivano l’aggettivo cristiano (appartenente alla grande famiglia cristiana), il sostantivo cristianesimo (l'insieme del pensiero cristiano) e il sostantivo cristianità che indica l'insieme delle strutture e dei poteri cristiani. L'aggettivo cristico, invece, è purtroppo poco usato perché riassume il vero vivere «in Cristo» e la realtà del «Cristo che vive in me» (Gal 4:20).



«Credo in Gesù Cristo …Signore»

«Sappia dunque con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso» (At 2:36). Affermare che Gesù è «Figlio di Dio» sarebbe già sufficiente per indicare la sua assoluta superiorità ontologica e la sua divinità, cioè l’appartenenza alla essenza stessa di Dio. Lo stesso potrebbe dirsi a proposito del titolo cristologico «Signore» che Gli viene attribuito. «Riconoscendo a Gesù il titolo di Kyrios i cristiani delle origini proclamavano la sua vittoria su una morte umiliante, il suo innalzamento a una trascendente condizione di gloria e la sua signoria  regale sugli uomini che volevano condividere la loro fede» (Fitzmyer). Il termine Kyrios ricorre ben 719 volte nel Nuovo Testamento e lo troviamo in quasi tutti i libri ad eccezione della lettera a Tito e delle epistole di Giovanni. La più antica attribuzione di questo termine cristologico a Gesù la troviamo nella invocazione aramaica Marana tha (o marànatha o maran atha) di origine siropalestinese e fatta propria dalla comunità di lingua greca: significa «(Presto) Vieni, Signor nostro!». Tradotta e riportata in greco la troviamo in 1 Cor 16:22 e in Ap 22:20. Nella Didachè la troviamo al Cap. 10,6. I discepoli e le chiese neotestamentarie dichiarano e testimoniano la loro fede in Gesù che, risorto, è assunto ad una dimensione di tale superiorità ontica ed esistenziale da dover essere considerato «Signore». Si arriva subito a considerare nucleo della predicazione il fatto che Gesù, morendo e risorgendo, ha assunto la dignità e la condizione di Signore e redentore. Sono dati che troviamo nelle diverse cristologie del Nuovo Testamento. Il titolo cristologico di «Signore», titolo che integra e direi perfeziona quello di «Figlio di Dio», esprime due realtà: (a) la irripetibile autorità personale di Gesù, autorità che non Lo distacca e non Lo allontana dalla nostra condizione umana, tutt’altro!; anzi, (b), conserva la sua vicinanza verso tutti coloro che per fede Lo riconoscono Signore nella pienezza di ogni autorità. Abbiamo ricordato la invocazione «Maranatha»: ebbene era ed è il grido con il quale la comunità cristiana di ieri e di oggi, riunita per la celebrazione della Cena, implorava ed implora l’inizio della prossima fine, quando, cioè, il Signore glorificato sarebbe disceso o discenderà dal cielo ed avrebbe od avrà raccolto intorno a sé tutti i suoi secondo 1 Ts 4:15-17. Il Cristo glorificato (risorto ed asceso) è «Signore» non solo della chiesa ma su tutte le potestà del cielo che, insieme a quelle sulla terra, dovranno unire la loro voce in un’unica professione di fede: «Dio Lo ha sovranamente innalzato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni nome, affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra, e sotto terra, e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre» (Fil 2:9-11). Non era facile e neppure cosa da poco per i credenti cristiani dei primi secoli quella di confessare Gesù quale loro «Signore». Negli ambienti pagani del tempo un tale titolo era riservato solo all’imperatore o al sovrano al quale andavano tributati onori divini. E' perciò facile immaginare che confessare Gesù «Signore» assumeva anche una forte valenza politica e rivoluzionaria che provocava reazioni da parte dell’imperatore che metteva subito in atto feroci persecuzioni, note anche di tempi più recenti da parte di governi totalitari. Per i credenti di ieri, come per quelli di oggi, è testimonianza di fede confessare Gesù come Signore e Signore della propria vita; è confessione che implicitamente dichiarava ieri e dichiara oggi la Sua divinità. Gesù è l’unico Signore, «un solo Signore» (Ef 4:5a), accanto ad «un solo Dio» (1 Cor 8:6a). Mai è stato riconosciuto un altro Dio e un altro Signore (Ap 4:12 «Tu sei degno, o Signore e Dio nostro, di ricevere la gloria, l’onore e la potenza»). Confessare la propria fede è sempre un atto politico! Non lo era solo ieri: lo è anche oggi! A diverse latitudini vi sono molti credenti e gruppi cristiani che sono ancora perseguitati per la loro fede nel Signore Gesù Cristo. La enfatizzazione di Gesù «Signore» da parte dei discepoli si è avuta da quando Gesù non era più con loro. Lo avevano seguito, Lo avevano ascoltato, Lo avevano toccato, visto sulla croce, morto e sepolto… ma solo dopo la resurrezione e l’ascensione, quando Egli era entrato in un altro mondo, nel mondo di Dio, della gloria, della vera vita, dell’immortalità, … solo allora si comincia con vero convincimento a credere in Lui quale Signore. La risurrezione diviene il momento forte della fede cristiana e l'ascensione il primo motivo che invitava alla fede in senso assoluto e radicale dal momento che sfuggiva del tutto alla percezione sensibile. Questa è ragione sufficiente perché anche la fede dei credenti cristiani di oggi riesca ad aprirsi al Cristo salvatore, redentore e «Signore». La parola di Gesù a Tommaso: «Beati quelli che non hanno visto ed hanno creduto» (Gv 20:29b) è, forse, molto indicata soprattutto per noi credenti delle età successive. Il versetto biblico con il quale si apre questa scheda presenta la generosa e convincente testimonianza con la quale Pietro intende recuperare il prestigio di Gesù agli occhi di coloro che avevano contribuito alla sua condanna e conseguente crocifissione. Non dev’essere sottaciuto il fatto clamoroso della Pentecoste, quando lo Spirito con la sua effusione crea una tessitura di rapporti tra l’asceso «Signore» ed i discepoli di ieri e di oggi sì da renderli spritualmente stabili nella loro fede in Cristo. Una fede che non si accontenta solo di una episodica rivelazione come a Filippi (Mt 16), ma che diventa convinzione prodotta dallo Spirito. In forza di tale convincimento (sperimentabile) e non soltanto di una rivelazione (episodica ed unica) Pietro, e con lui gli altri, poteva arringare i capi religiosi, i giudici ed i tribunali. Credere nella Signoria del Cristo significa assumere una attitudine di obbedienza in linea con la sua autorevole parola: «Voi mi chiamate Mestro e Signore; e dite bene, perché lo sono…Vi ho dato un esempio, affinché anche voi facciate come ho fatto io. . Se sapete queste cose, siete beati se le fate» (Gv 13:14-17).


Mario Affuso

 
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