Identità - Chiesa Evangelica Di Volla

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Studi biblici > Riflessioni bibliche di Mario Affuso

Identità,
ovvero
Il volto dell’altro

“In quanto esistente, sono alterizzato, non sono pura soggettività. Vorrei fare come se gli altri non fossero, però so che l’alterizzazione è una dimensione del mio stesso esistere. … L’esistenza è necessariamente coesistenziale.… Però, pur costretto a conoscermi non illimitato, non faccio che tentare di agire come se non fossi in contatto con gli altri, come se potessi affermare sempre la mia volizione immediata, di cui pur conosco le limitazioni. Il velleitarismo del singolarismo pratico è senza uscita; non riesce a trovare giustificazioni che abbiano un minimo di articolazione ragionata. La sua rozzezza è irri-mediabile” (Pietro Piovani, Principi di una filosofia della morale, Napoli 1972, p. 89)

Presentazione
«L’io non chiederebbe che di aprirsi al tu, ma invece del tu, incontra le cose» (N. Berdiaeff)

«Guai a chi è solo!». Così recita il Qohelet/Ecclesiaste (4:10), e in questo nostro tempo lo si è in molti, nonostante gli innumerevoli mezzi di comunicazione di cui disponiamo. V’è da ritenere che la solitudine indotta, alla quale ci si può sentire quasi destinati o relegati, altro non sia che una forma di smarrimento esistenziale nel mezzo di una umanità che si presenta come una polverizzata diasporalità priva di connettivo. Il comune ricorrente tentativo di autodefinirsi in base alle cose che hanno maggior significato, religione, lingua, storia, valori, costumi, istituzioni, etc., produce una disconnessione della propria coscienza con e dal mondo reale o ‘di uso’ con la conseguente perdita di intenzionalità, cioè di quella tensione che guida verso un fine. Sembra che tutto degradi verso una comune insensatezza. La solitudine è smarrimento di identità, eclissi di senso. Ci si sente come sull’onda di una generale e collettiva omologazione. Ma se con un atto inventivo si riesce ad afferrare il mitico “filo di Arianna” della propria esistenza, la coscienza potrà volgersi indietro, tornare sui suoi passi, reinserirsi nel solco smarrito della storia e qui individuare, recuperare, interiorizzare l’alterità propria e altrui ritrovandosi come soggetto tra gli altri soggetti dalle cui relazioni far rinascere la propria identità. Il filosofo Salvatore Natoli, soffermandosi sul libro del Qohelet/Ecclesiaste, ci dice che «la misura intramondana della nostra finitezza, è soprattutto la legge dell’altro dentro di noi». Si tratta «dell’antecedenza della comunità sui singoli, dell’originalità e dell’inevitabilità del legame sociale quale condizione della nascita, dello sviluppo, della realizzazione di ogni individualità», una ‘legge’ che «insegna a decidere, a saper ricominciare» (Stare al mondo, p 203-205). Nello smascherare il solo uditore della Parola, cioè la persona che l’ascolta senza tradurla nella pratica, Giacomo si rifà alla metafora dello specchio: è come colui che “si guarda allo specchio, vede la sua faccia così com’è, ma poi se ne va e subito dimentica com’era” (1:23, Tilc 2001). Questa dello specchio è metafora usata molto spesso all'interno di discorsi etici e filosofici. Se in alcuni autori, per es., in Seneca, il mirarsi nello specchio è finalizzato alla autoconoscenza (Inventa sunt specula, ut homo ipse se nosceret), Giacomo, invece, vi ravvisa gli estremi di una una vera superficialità dell'Io nei confronti del sé. Lo scrittore biblico coglie nel segno e mette a fuoco un problema esistenziale.
Dispiace, in vero, che per un dettaglio teologico, cioè per una lettura asimettrica del testo, Lutero abbia bollato questo scritto di Giacomo come epistola simile a paglia in confronto al vero oro del vangelo». E' un’ombra che resiste ancora in certi ambienti protestanti. Ma oggi non si può non concordare con Oscar Cullmann che vi scorge, invece, «un incontestabile valore teologico», soprattutto per «alcuni echi del Sermone della montagna e per una reale preoccupazione per i poveri». Ma già, a suo tempo, Melantone era intervenuto nella questione armonizzando la presunta contraddizione tra Paolo e Giacomo. È seriamente interessante l’accostamento operato da Giacomo tra l’Io che guarda e il sé guardato. Lo stesso Paolo, a difesa del quale Lutero bolla Giacomo, accenna alla opinabilità dei responsi che derivano dallo specchio per chi in esso si rimira, opinabilità dello stesso specchio come strumento di conoscenza di sé: «Ora vediamo come in uno specchio in modo oscuro» (1 Cor 13:12a). Certo è che v’è in tutti il bisogno di riflettersi in uno specchio nella speranza di cogliere se stesso, ma, forse, soprattutto per vedere come gli altri mi vedranno quando sarò fuori dalle protettive pareti domestiche. E' fuori discussione che le risultanze di uno specchiarsi esercitano una influenza nell’intimo, sul profondo di chi si guarda. Si pensa, di solito, ed è luogo comune, che lo specchio dica sempre la verità. Ma per dire la verità lo specchio dovrebbe parlare, come nella nota fiaba di Biancaneve, anche se, potendolo, «Gli specchi dovrebbero (già) riflettere un momentino, prima di riflettere le immagini». Ma non possono né l’una e nell’altra cosa. Specchio, da specio, significa vedo, e non è ciò che si vede che conta ma la ragione profonda per cui ci si vede; perciò io mi vedo in modo spietato ed inesorabile, perché lo specchio mi fa vedere come sono e non come dovrei, vorrei essere; mi fa vedere come gli altri mi vedono. Lo specchio mi fa vedere con lo sguardo dell’altro e percepisco di me una ‘identità alienante. “Non si dovrebbero lasciare specchi appesi nelle Proprie stanze…”. E' il refrain che incornicia, in apertura e chiusura, uno dei racconti più squisiti di Virginia Woolf, Io e l’altro. Gli specchi compaiono di frequente nelle infinite varianti con cui la letteratura occidentale ha voluto giocare con il tema del doppio: a cominciare dallo specchio d’acqua in cui Narciso contempla la propria immagine innamorandosi per sempre di quell’altro-da-sé che la superficie dello stagno gli restituisce. Vorrei segnalare che lo specchio è oggetto di studi filosofici a partire dagli specchi ustori di Archimede con cui venivano incenerite le navi che assediavano Siracusa.  Se ricordiamo le molteplici escavazioni che subiamo ogniqualvolta ci allontaniamo dallo specchio, non potremmo anche ora non essere assaliti da inquietudine sia che ci accettiamo, ammirandoci, sia che non ci accettiamo; ci segue una inquietudine che sembra sussurrare ai nostri orecchi le note parole di commiserazione: “Ben lo sappiamo: un pover uom tu se’. / …/ Come dentro al tuo petto eterne risse / Ardon che tu ne’ sai né puoi lenir: / …/ L’umana tua tristezza e il vostro duol. …. "Lo spirito umano assomiglia a uno specchio incantato, che non riflette le cose nella loro purezza e nella loro struttura concreta, ma piuttosto mescolate ai propri fantasmi". Quando addirittura non "si rasenta il ridicolo se ci si trova dinanzi ad uno specchio magico, su cui si riflettono di noi immagini superstiziose e spettri". Allo specchio, se non ci si illude, si palesa una vera crisi di identità: mi accorgo di non essere come vorrei e subito il pensiero, in un crescendo di inquietudine, va, preoccupato, non alla ricerca del sé ma al come gli altri mi vedono e ne temo il giudizio. Ai miei occhi gli altri si trasformano in giudici e me stesso in oggetto di giudizio. Lo specchio non solo e non tanto trasmette il fantasma di me, ma mi propone la visione scomposta anche dell'altro che risulta, sia pur nella nostra inquieta immaginazione, ben lungi dall'essere “prossimo come me stesso”: ci scopriamo a guardarlo con sospetto e paura. Lo temiamo. Ma in realtà, al di là di ogni patetica immaginazione, l’insorgente vero e primario conflitto non è quello tra me e l’altro, ma tra l’io e il me. Occorre evitare l'odio di sé per evitare che si muti in odio per altri (P. Ricoeur). Le eterne risse di carducciana memoria “che ci ardono dentro il petto” ci producono stati di disagio che ci fanno diventare "altro" da noi. Non siamo più 'noi stessi'. Non diciamo, forse, che in una certa situazione il tale o la tal'altra persona, nota come mite e conciliante, diventa un altro, un’altra? Non ricordiamo di esserci noi stessi scoperti a volte diversi da come ci conosciamo?  Esiste una alterità di me che mi spinge a certi autodoveri, cioè a doveri verso me stesso - “Ciascuno esamini se stesso”, suggerisce Paolo (1 Cor 11:28) - per puntare poi a doveri verso gli altri sì da sentirli “come me stesso”, unendoli a quel me verso il quale ho i miei autodoveriquesta interiorizzazione degli altri mi porta a sentire molti eterodoveri come rivolti non solo verso gli altri ma anche verso me stesso. Non meravigli questo rivolgersi a sé, semmai attraverso gli altri. Abbiamo ricordato Paolo al quale possiamo pur sentirci famigliari, ma vorrei ricordare un passo che traggo dall’ Ermeneutica del soggetto di Michel Foucault che ci propone una sorta di “conversione dello sguardo”: La consegna di “volgere il proprio sguardo verso se stessi” ha infatti un significato del tutto particolare, distinto sia dal “conosci te stesso” platonico, sia dall’“esamina te stesso” della spiritualità (cristiana). (…) In primo luogo, dunque, volgere lo sguardo verso di sé comporta l’averlo distolto dagli altri. E ciò significa, precisamente, distoglierlo dall’agitazione quotidiana, dalla curiosità che fa sì che ci interessiamo agli altri. [E di quel che gli altri possono pensare di noi, ndr] (.) Nel De curiositate Plutarco conclude che occorre sostituire alla conoscenza degli altri, o a una curiosità insana per gli altri (si pensi al moderno gossip! ndr), un esame almeno un po' serio di se stessi. La stessa cosa accade in Marco Aurelio, in cui a più riprese viene formulata la seguente consegna: non occupatevi pertanto degli altri, poiché è molto meglio occuparsi di se stessi. (.) Insomma, non si deve guardare a quel che accade agli altri, ma ci si deve piuttosto interessare a se stessi. (Plutarco): invece di occuparti delle manchevolezze e dei difetti altrui, occupati piuttosto delle tue mancanze e dei tuoi difetti ed errori (.). La cosa che dovrà venire finalmente raggiunta è, per l'appunto, proprio il sé.». Manuela Sadun Paggi nel suo bel libro "Guarire le ferite” riporta un pensiero di Hetty Hillesum: “Il marciume che c’è negli altri c’è anche in noi, e non vedo nessun’altra soluzione che quella di raccoglierci in noi stessi e di estirpare il nostro marciume. Non credo più che si possa migliorare qualcosa nel mondo senza aver prima fatto la nostra parte dentro di noi. Dobbiamo cercare in noi stessi, non altrove”. Poco prima, la Manuela Sadun, scriveva: “Vorrei che tutti imparassimo a riconoscere i nostri stereotipi e pregiudizi, e non essere attenti a criticare quelli degli altri, con uno strano gioco di specchi che non ci toglie dall’ambiguità”. Solo quando avrò distolto lo sguardo dall’altro per concentrarlo su di me mi libero dalla tentazione di ridurre l’altro ad oggetto volgare della mia percezione riconoscendogli una iità alla pari della mia; allora una trasmutazione accade: l'altro da oggetto viene da me assunto come soggetto, quindi come "prossimo di me stesso”, parte di me, il che mi permette di recuperare la mia identità come soggetto con l'altro soggetto, come persona che per dilatazione etica da individuo, indivisibile, si ritrova 'condividuo'. Ernesto Balducci, in occasione di una celebrazione della scoperta delle Americhe, inaugurò una sua conferenza con queste parole: "Quando Colombo, all'alba del 12 ottobre 1492, incontrò i primi indigeni nella piccola isola dei Caraibi, da lui battezzata San Salvador, questo avvenne: l’uomo incontrò se stesso e non si riconobbe”. Si cercava qualcosa e non qualcuno! Il qualcuno apparve dapprima come qualcosa! Qui in qualche modo si spiega la bellissima espressione del Natoli: “la legge dell’altro dentro di noi”. Senza gli altri, non possiamo vivere, dal momento che la mia esistenza è sì co-esistenza dei vari 'me', così come questi si esprimono nelle mie varie vicende, ma soprattutto co-esistenza con gli altri 'io' viventi ed a me 'prossimi', sia che si voglia lo stesso scopo o si lavori alla stessa impresa, sia che ci si senta di una stessa comunità, quella che noi stessi formiamo nella globalità del nostro essere. Ma è l'idea di comunità che va recuperata anch'essa nella prospettiva del rapporto io-l’altro ove non si afferma dipendenza, ma correlatività in un agire comune. Il rapporto io-l’altro si costituisce tra persone autonome che reciprocamente si riconoscono come partners con uguali diritti, pronti ad assumersi la responsabilità del loro agire mondano. E' un rapporto ove scompare ogni possibile strumentalizzazione dell'altro ai fini della egotistica costruzione del sé, anzi il sé acquisisce una sua identità proprio nel proporsi all'altro con animo solidale, per aprirsi, con gli altri, alla solidarietà più ampia. Quindi non soltanto, con il Natoli, “la legge dell’altro dentro di noi”, ma anche “la legge del noi dentro l’alterità”. Una immersione nell'alterità che, mentre sembra annullarci, ci ricrea: “Chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi avrà perduto la sua vita per amor mio, la troverà” (Mt 16:25 e parall.). Ma salverà anche l'altrui per la solidarietà che si stabilisce nel riconoscimento della comune ricerca di senso e di identità. “Solo attraverso l’altro conosciamo la nostra peculiarità” (M. Sadun).  Non identità come appartenenza declinata da formule che richiedono un’adesione tiepida, legalistica, più o meno apocalittica e semmai lontana da una responsabilità verso un presente in continuo cambiamento. In questo possibile cambiamento, invece, sta il segreto di una identità progressiva, capace di progredire con il progredire della storia. L’identità non è una permanenza effettiva. Spesso dimentichiamo che una identità autentica non è mai definita e/o conclusa, ma continuamente in divenire con quanto è specifico e caratterizzante del proprio tempo letto con gli occhi dello Spirito che è Spirito che chiama a libertà. Quante volte è stato detto, non so se vivendo seriamente o solo sperando, “Le cose vecchie sono passate; ecco, sono diventate nuove” (2 Cor 5:17). Scoprire, per noi credenti (sempre se non si è chiusi in plumbee griglie confessionali), il dialogo tra lo Spirito di Dio e il nostro spirito significa percepire il senso della presenza attiva di Dio nella storia e innanzitutto nella nostra storia personale, storia del nostro divenire inteso non come mera sequenza di fatti, di accadimenti, di anni, di tempi ma come periodizzazione, come di fasi di cui l’una risulta fondativa dell’altra “Quando ero fanciullo …, quando sono diventato uomo…” diceva e ci fa dire Paolo (1 Cor 13:11). Molto belli i versi de "La Vita attende": A vent’anni…,/ A trent’anni …/ A quarant’anni …/ A cinquant’anni …/ A sessant’anni …/ A settant’anni …/ Non c’è età per chi vive / ogni giorno come / un giorno nuovo. (…). Non è menzionato l'autore di questi versi; v'è da ritenere che siano dell'Autrice di “Guarire le ferite” (p. 49-50. Cfr nota n. 10). Penso alle ricorrenti formule fondamentaliste che clonano infinite forme di monocomportamento, formule che ingoiano soggetti – che siano Giona o Pinocchio poco importa - per i quali v’è solo da sperare il rivoluzionario rigurgito che rigetta verso nuovi lidi ed orizzonti. È il miracolo che chiedo alla storia se della storia Dio è il Signore. Con formule fondamentaliste ci si identifica per mera appartenenza ma non si acquisisce matura identità. Abbiamo bene appreso che identificazione e identità non costituiscono un binario, non sono le due rotaie dell'unico binario, suggeriscono solo una divaricazione: l'identificazione assorbe, prosciuga, l'identità esalta, proietta. "Finchè siamo di parte, chiusi e identificati in una situazione, siamo una provocazione e per reazione anche gli altri e gli altri gruppi tendono a difendersi in senso particolaristico e regressivo" (Guarire…, p. 69). Diversamente il pluralismo, a partire da quello delle nostre proprie identità che variano con il variare dei rapporti che istauriamo e delle situazioni che ci avvolgono. Oh, quei conflitti, quelle eterne risse, di carducciana memoria! Ci accorgiamo che siamo questo . ma anche ., ma anche . Entriamo ed usciamo dalle nostre identità prodotte o determinate dall'altro, dagli altri quali nostri prossimi nelle diverse circostanze. Non si tratta di camaleontismo sociologico o antropologico ma solo di libertà di essere nella concretizzazione di una flessibilità comportamentale funzionale al mio relazionarmi e abbandonando ogni presunzione di attaccamento a ciò che caparbiamente crediamo inflessibilmente di essere. "Le più belle anime (: sempre nuove in tutti, Hesse :) sono quelle che hanno più varietà e souplesse”, cioè duttilità, malleabilità, adattabilità, flessibilità”  Gli altri sono tutti coloro che ci dischiudono prospettive esistenziali nuove che potranno pur mettere in crisi le nostre auto immagini ma ci aiutano ad osservarci ed a liberarci da narcisismi idolatrici. Si pensi alla differenza tra chi vive in un piccolo comune di poche anime e chi vive in una grande città. Che differenza tra l’impaccio provinciale e la mentalità metropolitana! Narciso si guardò nello specchio dell’acqua di un lago e si innamorò di se stesso! Sarebbe stato lo stesso se si fosse mirato nelle acque del mare? Non si tratta di trastullarci nel balletto delle identità nominalistiche ma di saper sviluppare le nostre possibilità di essere ‘utili’ agli altri, possibilità che si annullano quando ci chiudiamo all’interno di autodefinizioni; queste escludono da quelle forze più esaltanti che derivano dall’agàpe che, in essenza, è un saper essere-con-gli-altri e un voler essere-per-gli-altri.  Se è vero, ed è vero, che "la natura umana è storica, gli individui (gli altri) hanno storie diverse e quindi (anche) bisogni diversi" che richiedono atteggiamenti diversi all'interno di una perdurante prossimità. Oh, se lo capissero, per es., gli insegnanti o quanti hanno funzioni professionali legate alle persone umane! Quanto spesso si ascolta: 'sono imparziale, tratto tutti ugualmente!'. Grande e grave errore. Penso per un istante alla nota, lapidaria formula: 'La legge è uguale per tutti'. Ebbene, la grandezza di un magistrato sta senz'altro nel crederla, ma soprattutto nel capire, per quell'ermeneutica giuridica che gli deve essere propria, che se è vero che la legge è uguale per tutti, tutti sono delle singole eccezioni dinanzi alla legge. Va altresì ricordato che "l'uguaglianza dei provvedimenti non riduce la competizione: intensifica la contesa". Scatta il vero dell'asserto ciceroniano “Summum jus, summa iniuria!” (Perfetta giustizia / Perfetta ingiustizia). Il rapporto io-gli altri fonda una relazione che, se valutata rettamente, è pur sempre una relazione di aiuto ove gioca un ruolo determinante la 'reciprocità' in un clima di autentica gratuità. Il tentativo ambiguo di vedere l'altro come oggetto e l'esperienza dolorosa di essere visti noi stessi quali oggetti dell'altro, segnala la comune sofferenza di vivere una identità ferita, incapace di stabilire una giusta relazione, il che produce sofferenza e dolore; e non tanto dolore fisico, il che sempre può accadere per somatizzazione, bensì di sofferenza, di dolore mentale che spesso ci fa chiedere cosa possa esser mai la 'normalità'. Ascoltiamo il Natoli: "Mentre nel dolore fisico io sono colpito nel corpo e quindi la condizione in cui mi trovo rende difficile il mio relazionarmi con gli altri, nel male della mente sono incapace io di relazionarmi, cioè tutta la dimensione di possibilità che ho dinanzi è disturbata. La malattia mentale è per definizione malattia della relazione, E' l'incapacità di instaurare collegamenti con il mondo e con gli altri (.). Da questo punto di vista, possiamo capire come il dolore si presenti come un'esperienza individualizzante e individuale. Proprio perché inchioda e spezza una relazione, produce una distanza tra sé e gli altri. Questo non perché gli altri siano cattivi (anche se cattivi ed indifferenti ci sono), ma perché i ritmi della vita altrui non sono coincidenti". Qui esplode il bisogno per eccellenza: «il bisogno di fraternità, di solidarietà sociale, di appartenenza civica. I bisogni possono sussistere solo quando il linguaggio che li esprime è adeguato. Parole come fraternità, appartenenza e comunità, sono tanto gravide di nostalgia e di idealismo utopico da risultare pressoché inutili come guida alle concrete possibilità di solidarietà nella società moderna». Martin Buber aggiungerebbe: "Questo è l'amore per gli uomini, sentire di che cosa hanno bisogno e portare la loro pena" (Guarire, p. 7). Io senza di te non sono. “Non esistiamo se non in contatto con gli altri” (Guarire, p. 83). Un apologo del maestro dei sufi dervisci, Rumi. Egli bussò alla porta dell'amata dicendo: "Sono io Rumi!". La donna replicò: "Qui non c'è posto per due". Rumi se ne andò a riflettere e a pregare. Poi tornò alla casa dell'amata e bussò di nuovo. "Chi è?", chiese la ragazza. "Sei tu!". E la donna spalancò la porta e lo fece entrare.  “Fare entrare”: è invito alla ‘comunità’ ove gli altri, lungi dall’essere il nostro inferno costituiscono la nostra pienezza; di ciascuno! La comunità, il luogo ove non l'arido – pur necessario - diritto trionfa, ma ove soprattutto vige nei membri l’intimo imperativo categorico per il quale ognuno potrebbe/dovrebbe presentarsi come Gesù si presentava: “Sono io, non temiate!” (Gv 6:20): sono disarmato, senza aspirazioni aggressive o iperaffermative. E' l’autocriticità dell’essere che stabilisce il senso della comunità. Non una norma, ancorché ecclesiastica e non meno dura di quella civile, ma la libera adesione all’altro. Il travagliato scorrere del tempo non ha fatto perdere alcunché di quella formula paradigmatica della chiesa degli Atti: “La moltitudine di coloro che avevano creduto …, nessuno diceva…” (At 4:32). Tutti e ciascuno! Non risonanza di massa – spesso matrice di totalitarismi! – ma adesione dell’uno agli altri sul cui volto si intravede quello di Dio la cui immagine – imago Dei! – va senz'altro ristabilita.  Lasciando ad altro tempo il tema de “la comunità”, del quale quanto stiamo discorrendo è propedeutico, concludo pensando ad un incontro che in qualche modo ci consente di e ci incoraggia a sollevare il nostro sguardo in alto. Giacobbe sta per incontrare con grande paura il fratello Esaù. Un uomo misterioso lo affronta e Giacobbe lotta con lui, ma solo dopo intuisce qualcosa; solo quando il misterioso personaggio decide di allontanarsi e allontanandosi gli chiede: “Qual’è il tuo nome?” (Gn 32:28). Nel nome v'è la storia, la nostra storia, la nostra identità. Giacobbe declina il suo nome: “Giacobbe”, cioè ‘soppiantatore’. Non s’accorge che è stato invitato alla confessione, perché possa seguire la benedizione richiesta: “Il tuo nome non sarà più Giacobbe, ma Israele, perché tu hai lottato con Dio e con gli uomini e hai vinto”. (Gn 32:29). In una nuova condizione del sé, pur visibilmente zoppicando, si avvia ad incontrare Esaù, l'altro. Se a Peniel Giacobbe s’incontra con il volto-non-visto di Dio, abbracciandosi con Esaù può dire: “Io ho visto il tuo volto come uno vede il volto di Dio” (Gn 33:10b). Quel volto divino che si nasconde – Deus absconditus! – si dischiude nel volto dell'altro!
“Chi non ama suo fratello che ha visto, non può amare Dio che non ha visto” (1 Gv. 4:20).
Un rabbino era solito domandare al suo discepolo: “Quand’è che termina la notte e inizia il giorno?”. Il discepolo, dopo vari tentativi di risposta, si rimise, scoraggiato, al maestro, che infine gli disse: “Quando tu vedi sul volto dell’altro il volto di un fratello, allora è terminata la notte ed è cominciato il giorno” (Midrash ebraico).


Mario Affuso

 
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