Il rapporto insegnanti alunni - Chiesa Evangelica Di Volla

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Opinioni a confronto

Il rapporto insegnanti alunni

Il 10 giugno 2007 presso il villaggio evangelico di Monteforte Irpino (Av) si è svolto, per il secondo anno consecutivo, il CAMPUS GIOVANILE.
Partecipanti i ragazzi della comunione della Chiesa libera e apostolica di Volla (Na). “Insegnanti e alunni : un rapporto difficile” il titolo del tema trattato per sviluppare il quale si è partiti dall’analisi della relazione reciproca insegnanti – alunni, relazione basata sull’educazione non intesa semplicemente nel significato di “buone maniere” ma come auto


 

educazione ossia come processo atto a far maturare autonomamente le conoscenze e come formazione globale o formazione complessiva della personalità, che coinvolge l’intero arco dell’esistenza, poiché è solo a partire dall’educazione così intesa che si possono comprendere gli obiettivi di un rapporto che deve riguardare anche la famiglia come sede di trasmissione dei valori. Si è poi posta l’attenzione sul fatto che già da alcuni decenni nella nostra scuola si parla della cosiddetta educazione permanente che ha preso il posto del modello fallimentare scuolacentrico nel quale si dava importanza, più che alla qualità del sapere ,alla quantità nozionistica e nel quale l’insegnante era visto come un semplice strumento di trasmissione del sapere e l’alunno come un contenitore da riempire. La scuola dell’educazione permanente mira invece ad una formazione complessiva nella quale il rapporto insegnante- alunno deve necessariamente garantire il loro riconoscimento come persona e riconoscere in particolar modo l’alunno come persona significa tener conto dei suoi interessi, dei suoi valori, della sua situazione di partenza, delle sue aspirazioni, del suo contesto familiare ma anche delle risorse territoriali nelle quali egli è ubicato. Solo tenendo conto di questi elementi si può parlare di una scuola della flessibilità, di una scuola non del sapere al singolare ma dei saperi, una scuola che mira all’acquisizione delle abilità del saper essere e del saper fare, che devono accompagnare l’intero arco dell’esistenza. In questa scuola la professionalità docente richiede un’ aperta sensibilità alle problematiche dell’età evolutiva, una grande disponibilità alla collaborazione e al confronto culturale. L’insegnante deve evitare il terrorismo psicologico, ricercando le cause e le possibili soluzioni ai problemi. Il docente è il docente della programmazione più che dei programmi, è colui che deve concepire la scuola come un luogo di vita e di apprendimento insieme. Il tutto per garantire uno “stare bene a scuola”, per favorire relazioni positive, per ridurre conflitti e disagi attraverso l’empatia. Nonostante tutto, però, oggi più che mai,l’educazione permanente non riesce a garantire la salvaguardia di un abito, quello della nostra scuola, sempre più logorato. Perché? Perchè tanti episodi di bullismo, di violenza? Perchè l’ alto indice della caduta del rispetto delle regole? Perchè una scuola nella quale è sempre più diffuso il fenomeno del burn- out ossia dei forti disagi,dei crolli psicologici degli operatori causati dallo squilibrio tra le richieste e le esigenze lavorative e le risorse disponibili?Come mai ci troviamo di fronte una scuola “scoppiata” e un “branco” di giovani soffocati dal “nulla”?Le nostre riflessioni ci hanno condotto a capire che la scuola non si è ancora resa conto del nuovo sistema pedagogico, fortissimo e invisibile insieme, che è quello della cultura consumistica e che di fronte a questa ciò che manca è proprio la capacità di integrazione con i media. Purtroppo la nostra è ancora una scuola degli ideali più che dei valori, una scuola che sa offrire solo istruzioni fatiscenti, saperi privi di contenuti aprioristici che possano aprire la strada alla ricerca, all’idea ed alla saggezza.Ecco perché non esistono più maestri né pensieri profondi. Gli insegnanti sono di un sempre più non eccelso valore, demotivati e stremati da stipendi non in linea con il livello di professionalità richiesta e dalla mancanza di autorevolezza che la scuola dovrebbe garantire loro attraverso regolamenti interni incisivi ed efficaci. Ci siamo soffermati poi sulla mancanza della centralità del ruolo della famiglia, una famiglia che non è più in grado di fare da filtro laddove la scuola manca nella sua capacità di orientare, di stimolare e di stupire, una famiglia che delega alla scuola l’educazione dei propri figli. Si assiste, infatti, al tipo di genitore che, se un tempo era disposto solo a riconoscere la responsabilità dei figli, oggi ritiene che il figlio abbia sempre ragione anche quando non studia e si comporta male. Abbiamo riflettuto anche sulla scelta paradossale degli stessi genitori che prima delegano alla scuola e poi tendono a coprire gli sbagli dei propri figli, appoggiandoli erroneamente e ponendosi come quei genitori che “non vogliono” recepire il messaggio della scuola, che non rispettano le regole e di conseguenza non le fanno rispettare neanche ai propri figli. Forse,abbiamo concluso, per sopperire in tal modo al senso di colpa scaturito dalla decisione consapevole o inconsapevole del delegare.Sta di fatto che il sistema educativo della famiglia presenta profonde voragini soprattutto nel ruolo familiare della trasmissione dei valori.Infine abbiamo letto e commentato insieme l’ articolo che segue di V. Di Stefano “Il divieto di cellulare nelle scuole? Una farsa” per meglio cogliere la falla nel ruolo familiare nell'insegnamento dei valori e la fiacchezza delle norme scolastiche che dovrebbero tutelare l'autorevolezza della scuola come istituzione educativa. "Per un cellulare sequestrato ci sono famiglie che non si sono fatte scrupoli di picchiare gli insegnanti o dirigenti scolastici, perché si sa i libri di testo sono molto cari e ci si può anche permettere il lusso di non averli. Ma i cellulari, quelli no, quelli devono essere all’ultimo grido, un po’ perché altrimenti i ragazzi non si sentono come tutti gli altri, un po’ perché devono comunque essere sempre raggiungibili dai genitori ( che si dimenticano che la scuola ha un numero di telefono a cui rivolgersi e dal quale gli alunni possono chiamare in caso di urgenza) un pò perché senza quel cellulare non si è nessuno. E allora non si può dire che un insegnante ha fatto bene a sequestrare un cellulare ad un alunno solo perché lo usava in classe perché, oltre ad andare a toccare un bene indubbiamente personale, l’insegnante ha avuto l’ardire di mettere in dubbio il sistema educativo della famiglia. Ha dimostrato una falla nel ruolo familiare nell’insegnamento dei valori ai propri figli e questo no non è minimamente tollerabile. Per fortuna che adesso la stampa ha raccontato che con la circolare del ministro Fioroni tutti potremo dormire sonni tranquilli e che, finalmente, è giunta l’ora della riscossa degli insegnanti: l’uso dei telefonini è finalmente vietato in classe e la decenza è ristabilita motu proprio da una comunicazione che ha coinvolto nientemeno che il ministro in persona, da sempre dimostratosi sensibile all’impatto che le nuove tecnologie possono avere nella cultura e nell’educazione dei giovani. Ma è ovvio che la circolare Fioroni fa acqua da tutte le parti e che da domani gli alunni delle scuole italiane di ogni ordine e grado potranno riprendere a smanacciare con i loro amati cellulari come e quanto vorranno. Lo avrebbe capito chiunque avesse letto, anche sommariamente, il documento. In primo luogo la circolare è indirizzata ai direttori degli uffici scolastici provinciali, ai direttori scolatici regionali…..ai dirigenti delle istituzioni scolastiche autonome ma per conoscenza. Nessun cenno tra i destinatari ai dirigenti scolastici, ai direttori e agli insegnanti, che pure dovrebbero essere il motore centrale della sorveglianza. Ovviamente tra i destinatari non figurano le famiglie né gli alunni. Per il ministro Fioroni evidentemente queste componenti, almeno in questa fase del dibattito, sono inutili. Il regolamento di disciplina degli alunni è una materia che spetta ai singoli istituti nel rispetto dell’autonomia. Fioroni lo sa bene che non può dare direttive e si limita più genericamente ad auspicare “chiarimenti interpretativi, sollecitando opportune iniziative di carattere operativo” senza peraltro chiarire quali. Fioroni ritiene “ necessario che nei regolamenti di istituto siano previste adeguate sanzioni secondo il criterio di proporzionalità ivi compresa quella del ritiro temporaneo del telefono cellulare durante le ore di lezione, in caso di uso scorretto dello stesso”. Dove sia il discrimine tra il corretto e lo scorretto non è dato sapere, e non ce lo dice Fioroni, lasciando agli insegnanti la discrezionalità del discrimine tra l’utile e il futile, tra l’urgente e il superfluo, facendo intendere che se proprio non se ne può fare a meno una telefonatina a casa la si può anche fare, basta che il Prof. dica di si. E il Prof. dice di si anche e soprattutto perchè non può dire di no.Non si può andare a sindacare se il “ Oddio Prof.,ho mal di pancia, posso andare fuori a chiamare mia madre per sapere se può venire a prendermi?” sia o non sia la scusa per sentire il fidanzato o l’amica del cuore. In dubio pro reo e tanti saluti ai buoni propositi. Il docente non ha gli strumenti ma soprattutto non ha i poteri per frenare l’uso impazzito del telefonino(e non solo del telefonino – abbiamo aggiunto noi) durante l'attività didattica.Occorrerebbe che questo particolare dovere di sorveglianza fosse previsto dal contratto nazionale di lavoro e che questo patto sociale di corresponsabilità fosse firmato dalle scuole assieme alle famiglie.Occorrerebbe una legge che dicesse sic et simpliciter che "è proibito l'uso dei telefoni cellulari durante l'attività didattica". Il ministro Fioroni questo lo sa bene e sa anche che le leggi in Italia le fa il parlamento e non i ministeri ma evidentemente il molto rumore per nulla è una sirena di Ulisse ancora troppo irresistibile, sebbene nessuno, a parte i gestori di telefonia mobile, abbia alcunché da guadagnarne”.


Rosanna Ardolino

 
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