N°11 Isaia 2:1-5 - Chiesa Evangelica Di Volla

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N° 11
Isaia 2:1-5

Il libro biblico che va sotto il nome di Isaia (= Il Signore salva) apre la serie dei libri profetici del canone ebraico. Lo si può suddividere in almeno tre parti. La prima (Proto-Isaia) che comprende i capitoli 1-39; la seconda (Deutero-Isaia) che comprende i capitoli 40-55 ed è nota come il Libro delle consolazioni (40:1); la terza parte (Trito-Isaia), infine, riguarda tempi successivi al ritorno dall’esilio e comprende i capitoli 56-66. L’intero libro è di inimmaginabile interesse. Isaia, la cui missione pare cominciasse nel-l’anno 740 a.C. si pensi che la leggendaria fondazione di Roma avvenne intorno al 753 a.C.! apparteneva a una famiglia di nobili origini e, secondo la tradizione, imparentata con la casa reale di Giuda. Egli fu in qualche modo il portavoce di Dio dal 734 al 701 a.C. Il nostro brano è tratto dal Proto-Isaia che, a sua volta, si suddivide in almeno quattro sezioni: (a) capp. 1-12+ capp. 28-33; (b) capp. 13-23; (c) capp. 24-27 + 34-35; (d) capp. 36-39. Il vaticinio od oracolo è introdotto con una formula abbastanza comune nella letteratura profetica: “Accadrà nei tempi avvenire…” (v. 2a, cfr. Os 3:5c, Mic 4:1, ecc.). L'espressione “tempi avvenire” tende a indicare i tempi della salvezza, cioè i tempi messianici. Il 'futuro' nel pensiero di Israele non è una indicazione vaga, incerta, ambigua, ma si riferisce ad un avvenimento o avvenimenti di cui non si hanno dubbi perché garantiti dalle esperienze del passato. Il "tempo avvenire" indica un sicuro intervento futuro di Dio. Un 'avvenimento di Dio' è il contenuto del futuro, un 'avvenimento' che muta con il mutare delle situazioni e delle circostanze. I nostri versetti 2:2-5 li troviamo pressoché identici anche in Michea 4:1-4. Michea svolse il suo ministero dal 725 ca al 680 a.C.). Questo fatto non può non far sorgere un problema letterario che potrebbe interessare solo il lettore più esigente. L’oracolo sul quale ci stiamo soffermando presenta il modo con cui viene annunciato un avvenimento escatologico (non apocalittico) ed è evidente che deriva dagli ambienti di Ge rusalemme, città méta di pellegrinaggi; pellegrinaggi che prefigurano il grande pellegrinaggio di intere popolazioni: "Molti popoli vi accor-reranno, e diranno: 'Venite, saliamo al monte del Signore, alla casa del Dio di Giacobbe; egli ci insegnerà le sue vie, e noi cammine-ìremo per i suoi sentieri'" (v. 3). L’incontro escatologico con Dio non è con un “Dio sconosciuto” (At 17:23), ma con il “Dio di Giacobbe”, quel Dio che è già entrato nella storia e non solo delle povere tribù di Israele ma dell'intera umanità. Non con un Dio im-personale, ma con un Dio giudice, che inse-gna, che indica il cammino, che illumina l'esistenza di tutti i popoli. Un Dio che intende portare pace perché è Egli stesso fonte di pace per tutti i popoli. Se si leggono i salmi che venivano cantati nel 'salire' a Gerusalemme, i cosiddetti canti dei pellegrinaggi (il 122:6; 125:5; 128:6, ed altri), notiamo che hanno co-me tema centrale quello della pace. Gerusalemme è la "città della pace" e la pace è il bene massimo cui deve tendere l'umanità. Nel filone della profezia messianica, Colui che verrà sarà chiamato “Principe della pace” (Is 9:5) e “grande sarà il suo impero in una pace senza fine” (9:6). È facilmente comprensibile la rilevanza del grande tema ecumenico dei nostri giorni: “Giustizia, pace e salvaguardia del creato”, ove il rapporto 'giustizia-pace' è determinante per la comprensione realistica della nostra conflittuale condizione umana. È doveroso ed impegnativo pregare per la pace, ma a nulla serve se non si sente l'insofferenza e l'indignazione di una giustizia continuamente lesa, e spesso proprio là ove si prega. Il v. 4 ci assicura che non vengono trascurate le controversie che nel corso del tempo sono sorte tra nazione e nazione: “Egli giudicherà il mondo con giustizia e i popoli con verità” (Salmo 96:13b). "La pace universale presuppone il riconoscimento universale di Dio e la sottomissione al suo giudizio" (O. Kaiser). Il Regno di Dio che si attende fa sperare, a sua volta, non in un appiattente governo teocratico ma in un pieno e laico riconoscimento dei diritti dei singoli e dei popoli. Questo è pace.


Mario Affuso

 
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