N°12 Luca 20:27-28 - Chiesa Evangelica Di Volla

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N° 12
Luca 20:27-28

Il nostro testo riporta, con Matteo (22:23-32), una nota controversia sulla risurrezione. È una tra le tante provocata da avversari di Gesù il quale, conoscendoli, affronta con una certa destrezza dialettica. I Sadducei avversano la dottrina della ‘risurrezione’ e provocano Gesù proponendogli un caso paradossale che fa riferimento al cosiddetto matrimonio del levirato (dal latino levir, leviri = cognato). Cfr. Deut 25:5-10 e Mt 22:24. V’è da pensare che i Sadducei intendessero mettere in difficoltà anche gli stessi Farisei con i quali Gesù in qualche misura condivideva l’idea della ‘risurrezione’. È, questo, è un tema molto sentito in seno alla comunità primitiva. Perciò trova uno spazio anche nell’evangelo di Luca e della sua comunità. La risurrezione, rispetto a noi che leggiamo i resoconti a distanza di secoli, non poteva non esercitare un fascino particolare nei credenti di quel tempo; per loro l'evento risurrezionale conservava una attualità più cronachistica che storica e si proponeva subito come fondamento della fede e come motivo di inedite speranze. Nel Primo Testamento la morte è – a dirla con Von Rad, “una spina per la religione” ebraica. “La particolarità della concezione ebraica del significato della morte sta nell’affermazione che la morte segna la fine assoluta dell’esistenza personale sulla terra. La continuità non sta dunque nella concezione di un’im-mortalità personale che prolungherebbe la vita dell’individuo oltre la morte, quanto piuttosto nell’assicurazione di un futuro in cui il dialogo e la relazione fra Dio e il suo popolo possano continuare” (Ray S. Anderson). Gli aristocratici Sadducei “negano completamente il destino … negano la sopravvivenza dell’anima” (G. Flavio). I testi di Isaia 26:19 e di Daniele 12:2 sono troppo recenti perché i Sadducei li prendano in considerazione.
Gesù richiama la “risurrezione” e parla di “figli della risurrezione”; citando Mosè ricorda le parole con le quali Dio gli si presenta: “Io sono il Dio di tuo padre, il Dio d’Abrahamo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe”
(Es 3:6) e quindi aggiunge: “Ora, egli non è Dio di morti, ma di vivi; perché per lui tutti vivono” (v. 38; cfr Rom 14:8-9). Senz'altro Luca risente del pensiero di Paolo, del quale è stato compagno d'opera. E l'apostolo Paolo sembra avere a cuore il tema della risurrezione e non credo per (la sola) influenza della cultura greca che gli era propria, ma per il semplice fatto che Gesù era risorto quale “primizia di coloro che dormono (= che sono morti)” (1 Cor 15:20). Il cuore del nostro testo è nel v. 38. Il Signore “non è Dio di morti, ma di viventi”, di quanti, cioè, vivono nella prospettiva pasquale che è propria quella che Gesù, risorgendo, ha dischiuso a quanti credono in Lui. La risurre-zione non ha altro fondamento che la persona stessa di Dio, quel “Dio che fa rivivere i morti” (Rm 5:17). Qui si accumulano mille interrogativi ed anche tantissime supersti-zioni. Ma è fondamentale ricordare che il rapporto tra Dio e gli uomini è quello tra chi dà la vita e coloro che la ricevono. Qui gioca un suo ruolo la fede. Molto anticamente la 'religione' era 'superstizione' (lat. Superstitio’)! Per molti, purtroppo, è rimasta tale. Di fronte a tale endemica superstizione ed alle tante pratiche (del tutto pagane) che ruotano intorno a quanti sono morti, va ricordato, e il nostro brano lucano lo ricorda, che non è la morte che apre all’al di là ma la risurrezione. Eppure ci troviamo spesso a chiederci: E dopo la morte? Ebbene, dopo la morte v'è la . risurrezione, un evento che, incomprensibile per la nostra logica, si annida in quella ricreazione che il testo biblico richiama con l'immagine dei “nuovi cieli e nuova terra” ove non v'è spazio per il corruttibile ed il corrotto ma solo per la presenza e l'azione di Dio volte alla salvezza della storia. Il brano lucano, se letto attentamente, ci suggerisce un comportamento molto diverso, direi contrario a quello nostro consuetudinario: Se Dio è il Dio dei vivi, mentre “affidiamo” a Lui i nostri ‘morti’, preoccupiamoci della nostra responsabilità di‘viventi’: saper distinguere, oggi, ciò che è vivo da ciò che è morto e che produce morte: i molti idoli che offuscano in noi il volto di Dio.


Mario Affuso

 
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