N°19 Luca 2:1-20 - Chiesa Evangelica Di Volla

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N° 19
Luca 2:1-20

Sappiamo bene che la ricorrenza del ‘natale’ viene presa in considerazione a partire tra il III ed il IV secolo. Non gode alcun riferimento con feste ebraiche, come la Pasqua e la Pentecoste, ma ha alle sue spalle solo la ricorrenza pagana del “natale del Sole invitto”. E’ la più eclatante iniziativa non-biblica della chiesa dei gentili in qualche modo sostenuta dal ricordo, in ambito giudeo-cristiano, della festa giudaica di Hannukkà (=dedicazione), detta ‘festa delle luci’ che cade più o meno in questo periodo dell’anno. Infinite possono essere le considerazioni in negativo, ma, riflettendo in positivo, si può dire che il tema della 'luce', sostenuto da Isaia (60:19-20) con l'uso dei verbi 'apparire' e 'vedere', trova un suo riscontro nell'adempimento che Luca rileva nei canti di Maria, degli angeli, di Simone e di Zaccaria, ma che non sancisce il natale come festa. Unica per i cristiani è quella della 'pasqua di resurrezione', perciò del giorno domenicale quale ‘dies resurrectionis’ (pasqua settimanale). Quella di Luca è una 'risalita' dall'evento resurrezione all'evento 'incarnazione' del Risorto. Colui che è risorto è veramente uomo nato di donna! Il 'risorto' è Colui del Quale i profeti avevano variamente parlato. Con ogni probabilità può essere stato questo l'itinerario seguito da Luca, l'unico evangelista che si trattiene a lungo sulla primissima infanzia di Gesù. Comunque stiano le cose, certo è che il 'natale', la 'nascita' di Gesù postula la 'pasqua'. È la risurrezione che dà senso agli eventi della natività e non il contrario. “Se Cristo non fosse risuscitato…” ricorda Paolo. Alcune forzature, esasperazioni e apocrife testimonianze sedimentate nel corso del tempo e divenute religiosità popolare hanno adulterato il senso delle prime pagine lucane che rifulgono di sottolineature primotesta-mentarie che esigono attente riletture per una coerente comprensione della historia salutis della Bibbia. E' altresì possibile ritenere che Luca abbia voluto risalire alla nascita di Gesù quasi ricostruendo un midrash alla maniera di quello di Mosè il cui destino si rivela sin dalla nascita. La rilevanza teologica dei racconti della nati vità può emergere in modo più maturo rispetto al pensiero corrente, piuttosto romantico e sentimentale, se si coglie il senso della nascita come kénosi di Dio, come suo svuotamento per calarsi nella nostra umanità ed operare un suo ingresso personale nella storia degli uomini e di ciascun uomo. Come in quel giorno di passione estrema un centurione romano, nel vedere morire Gesù nel modo in cui moriva, dirà “Veramente quest’uomo è Figlio di Dio” (Mc 15:39c), così oggi non può esservi lettore dell'evangelo che, scorrendo questi racconti lucani, non possa dire: "Questi è veramente Emmanuele, Dio-con-noi". Il valore di questa kénosi costituisce un dato indispensabile per la comprensione della cristologia e soprattutto del suo momento resurrezionale. “Gesù Cristo…spogliò se stesso … divenendo simile agli uomini, … umiliò se stesso … perciò Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha dato un nome che è sopra ogni nome” (Fil 2:7-11). Il bambino nella mangiatoia non è un idillio ma è perdita dell'essere per ritrovarlo, risorgendo, nella sua più sovrana pienezza. La kénosi del natale di Gesù è un inesorabile giudizio verso tutte quelle forme, piccole e grandi, personali e collettive, di trionfalismo patriarcale e sacrale che oggi avvolgono la nostra condizione cristiana oscurandola gravemente. Occorre liberarcene per dare credibilità all'evangelo, salvare il cristianesimo dalla crisi in cui versa e salvare noi stessi da pericolosi disorientamenti. Quella del ‘natale’ non è una teofania, ma una incarnazione che veicola promesse per la nostra storia e per la nostra stessa corporeità che può ormai divenire ‘tempio dello Spirito’ e poter non più gravitare verso il basso, bensì essere attratta verso l’alto come “resuscitati e seduti nel cielo in Cristo Gesù” (Ef 2:6); quindi orientare lo sguardo ed il pensiero della attuale umanità verso nuovi futuri, quelli che ancora attendono gli adempimenti profetici delle tante proiezioni messianiche che reificano le speranze cristiane ed ebraiche come quelle delle tante attese religiose e di fede.


Mario Affuso

 
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