N°21 Let. Bibl: Ebrei 1:1-6 - Chiesa Evangelica Di Volla

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N° 21
Lettura biblica: Ebrei 1:1-6

Il prologo della lettera agli Ebrei è una sintesi dell’intero documento. Vi troviamo sviluppati tre temi: (a) Il Figlio è vertice escatologico della rivelazione; (b) il Figlio è investito di una dignità sovrana; (c) il Figlio è superiore agli angeli. L’espresssione particolarmente esaltante è: Theòs elàlesen, cioè ‘Dio ha parlato’.
Se gli ‘atei’ negano l'esistenza di Dio e i 'deisti' negano che Egli si sia rivelato, qui apprendiamo che Colui che esiste ha altresì parlato rivelandosi nel corso della storia attraverso un piano ben coordinato previsto in varie tappe che di volta in volta hanno segnalato continuità e progressività: “Dio molte volte e in diversi modi aveva parlato ai padri nei profeti alla fine di questi giorni ha parlato a noi, attraverso il Figlio” (v. 2). Nella incarnazione del Figlio - Verbo assoluto (Gv 1:1 e 14) - si ha definitività e non-superabilità della 'Parola' in quanto disvelamento completo del piano di salvezza per l'uomo e per l'umanità. Dio poteva rimanere silente e noi mai l'avremmo conosciuto, mai ci saremmo imbattuti nel suo amore. Egli, invece, ha cercato di mantenere vivo il dialogo sin da quando Lo si sente gridare: “(Adam) dove sei?” (Gn 3:9); ed ancor oggi ci ricorda: “Ecco, io sto alla porta e busso: se qualcuno ascolta la mia voce e apre la porta, io entrerò da lui e cenerò con lui ed egli con me” (Ap 3:20). Dio ha parlato e parla ancora senza interruzione perché la sua preoccupazione è tutta rivolta al riscatto ed alla salvezza dell'uomo. Il momento forte del dialogo di Dio con l'uomo lo abbiamo con la incarnazione del Verbo. Da qui cominciano i cosiddetti "ultimi tempi" non come preludio della fine, ma come insuperabilità della Parola di Dio in Cristo. Il Figlio è veramente l'ultima Parola di Dio nei nostri confronti e non perché Dio abbia chiuso il dialogo, tutt'altro!, ma solo per il carattere definitivo della rivelazione del Cristo, definitività di una rivelazione che deriva dalla dignità del Figlio di Dio e dalla perfetta sua opera di redenzione. Non possiamo trascurare il fatto che per alcuni secoli i profeti hanno taciuto. Dopo Malachia non v'è stata più parola profetica, perciò con sorprendente eclatanza si afferma la rivelazione riservata per questi nostri 'ultimi tempi'. Altro tema che risalta dal prologo della lettera agli Ebrei è quello che riguarda la grande dignità del Figlio: “splendore (o 'irradiazione’) della sua gloria e impronta della sua essenza” (v. 3). La presenza del Padre risplende nel mondo attraverso il Figlio che è, come detto, impronta della sua essenza o sostanza. “In altre parole, è l’immagine della natura del Padre, gli rassomiglia perfettamente, come l’impronta lasciata da un sigillo riproduce esattamente la stessa forma”. Il termine ‘Figlio’ è una espressione figurata per indicare il rap-porto esistente tra Gesù e Dio, rapporto coes-senziale che motiva la partecipazione del Figlio nella creazione come anche nella redenzione dell’uomo. L’opera di redenzione (“purificazione dei peccati”) compiuta dal Figlio non è per alcun motivo transitoria, da ripetere di volta in volta, da ‘rinnovare’ come i sacrifici della precedente Alleanza. Essa è ‘perfetta’, ‘tota-le’, ‘ultima’ e ‘definitiva’. Imprime grande ‘dignità’ alla persona del Figlio che “si è seduto alla destra della Maestà nei luoghi altissimi” e Gli è stato dato il “nome più eccellente” (v. 4). La grandezza e profondità di questo scritto agli Ebrei stanno nella sintesi dei vari aspetti cristologici: preesistenza, incarnazione, morte e resurrezione che del Cristo hanno fatto ‘mediatore’ unico ed universale, oltre che “sommo sacerdote”. La funzione sacerdotale come svolta da Cristo “seduto alla destra della Maestà” cancella ogni altra forma sacerdotale dischiudendo un tratto di immediata relazionalità tra l'uomo storico e il Dio trascendente. “Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ottenere misericordia e trovar grazia ed essere soccorsi al momento opportuno” (Eb 4:16). Colui che ha operato “la purificazione dei peccati” è 'superiore' agli angeli e molto più di questi può prodigarsi per la condizione umana sempre soggetta al peccato e bisognosa di perdono che è possibile ricevere unicamente per la sua opera di redenzione.


Mario Affuso

 
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