N°22 Luca 3:1-6 - Chiesa Evangelica Di Volla

Vai ai contenuti

Menu principale:

Studi biblici > Riflessioni bibliche di Mario Affuso > Basi bibliche

N° 22
Luca 3: 1-6

Il brano si scompone in due elementi: il grande sincronismo e la lunga citazione di Isaia. Con questo brano Luca dà inizio al suo evangelo. Il primo dei Due elementi (vv 1-2) invita ad una considerazione: la salvezza che viene da Dio si cala molto concretamente nella storia, nel tempo e nello spazio (luoghi precisi); essa viene mediata attraverso avvenimenti e persone per adattarsi alla nostra realtà, cioè alla nostra capacità comprensiva e recettiva. Luca comincia con l’identificare Giovanni usando stile e formule tipiche delle introduzioni dei libri profetici. Luca riconosce in Giovanni Battista un autentico ‘profeta’. Il secondo elemento (vv 3-6) del nostro brano richiede una maggiore attenzione. Anche Marco (1:3) e Matteo (3:3) citano Isaia limitandosi, però, al solo v. 3 del cap. 40. Luca, invece, si inoltra fino al v. 5 per raccogliere le indicazioni profetiche che guidano ad una comprensione universalistica dell’opera del Cristo citando:
“ogni creatura vedrà la salvezza (tò sotérion) di Dio" (v.6). Sull'universalità della salvezza Luca si sofferma nella trama dell'intera sua opera (Evangelo + Atti) sì da far dire a Paolo alla conclusione del libro degli Atti: “Sappiate dunque che questa salvezza (to sotérion) di Dio è rivolta alle nazioni; ed esse presteranno ascolto" (At 28:28). Anche se solo un cenno, occorre pur farlo a proposito del fatto che Luca usa il neutro (to sotérion), mentre nel Nuovo Testamento si fa generalmente uso del femminile soterìa (abbiamo solo 4 volte il neutro tò sotérion, e ben 46 volte il femminile soterìa). Ma anche alla conclusione del suo evangelo Luca sottolinea la universalità della salvezza: “Così è scritto, che il Cristo avrebbe sofferto e sarebbe risorto dai morti il terzo giorno, e che nel suo nome si sarebbe predicato il ravvedimento per il perdono dei peccati a tutte le genti, cominciando da Gerusalemme” (Lc 24:46). In Atti 1:1 Luca esprime la universalità della salvezza anche spazialmente, infatti scrive: “Lo Spirito santo verrà su di voi, e mi sarete testimoni in Gerusalemme, e in tutta la Giudea e Samarìa, e fino all’estremità della terra” (At 1:8). Il tratto universale dell'Evangelo e della salvezza che esso annunzia ci pone dinanzi al grande tema della ‘inculturazione’. L'Evangelo è chiamato a vivere l'impatto del suo messaggio con le diverse culture. Qui si ripropone, perciò, il grande tema della 'evangelizzazione'. La salvezza universale non si è ancora realizzata; non è attuale, ma di certo verrà. La realizzazione dei vari messaggi messianici non si collegano alla incarnazione della Parola, ma al ‘ritorno’ o ‘seconda venuta’ del Cristo; in altre parole quando sarà pienamente esaudita la preghiera da Gesù insegnataci: “Il Tuo Regno venga!”. Il profetizzato regno di pace e di giustizia non è presente, perché ancora non realizzato; ancora non esiste quello spazio dove gli uomini possono vivere in pace con la natura, in pace tra loro e in pace con Dio. Non è ancora attualizzata quella città terrena ove il popolo di Dio si riconosce tale pur nelle diversità che lo connotano. Non ancora viviamo la pienezza della ‘paternità’ di Dio dal momento che ancora non ci riconosciamo del tutto come fratelli. Nella sofferenza di queste non-realizzazioni noi tutti attendiamo il compimento della sto-ria; non della storia dell'uomo e neppure della storia di Dio, bensì de “la storia di Dio e dell’uomo”. L'attesa è una dimensione della fede. Non per caso, prima di allontanarsi, il Maestro suggerisce ai suoi discepoli: “di attendere l’attuazione della promessa del Padre, ‘la quale – egli disse – avete udita da me’” (At 1:4). Attendere non comporta passività. Occorre andare incontro al Signore che viene. Occorre riconoscerci peccatori per l’attuale ‘distacco’ da Dio e riesaminare la nostra storia personale e collettiva per cogliere ed eliminare le cause che lo hanno determinato. Esso è l’esatto contrario della ‘salvezza’ che consiste nel pieno ristabilimento di rapporti comunionali con Dio operato da Cristo. Come popolo di Dio occorre incamminarci verso la parusìa modificando la nostra ottica, in altre parole: convertendoci e, confessando il nostro peccato, fornire motivi di speranza.


Mario Affuso

 
Torna ai contenuti | Torna al menu