N°23 Colossesi 3:12-21 - Chiesa Evangelica Di Volla

Vai ai contenuti

Menu principale:

Studi biblici > Riflessioni bibliche di Mario Affuso > Basi bibliche

N° 23
Colossesi 3 - 12-21

L’epistola ai Colossesi costituisce un testo di cristologia che merita uno studio attento ed appropriato. Il testo prescelto si colloca nella parte parenetica o esortativa di questo scritto paolinico. Lo possiamo suddividere in due parti: la prima, costituita dai vv. 12-17, che presenta alcuni precetti generali di vita cristiana. Le diversità che connotano i credenti della comunità esigono l’esercizio quotidiano di misericordia, benevolenza, umiltà, mansuetudine, pazienza, sopportazione e perdono vicendevole. Tutto questo sarà possibile solo quando, come Paolo dice, “La parola di Cristo abita in voi abbondantemente; istruitevi ed esortatevi gli uni gli altri” (v 13). A rileggere il v. 12 si trova un elenco di cinque virtù (misericordia, benevolenza, umiltà, mansuetudine e pazienza), espressioni dell'uomo nuovo, che si contrappongono al catalogo dei cinque vizi elencati nel v. 8 (ira, collera, malignità, calunnia, oscenità) e che richiamano l'uomo vecchio. La pratica di queste virtù di relazione (v. 12) e la cancellazione dei detti vizi di relazione (v. 8) oggi sono consigliate da principi di educazione civica e dai migliori galatei, oltre che da seri psicologi. Poiché è vero che la virtù principe che presiede ogni buon comportamento è l'agàpe (v. 14) è altresì vero che si può parlare di "agàpe" come "educazione". D'altra parte va ricordato che se le cinque virtù possono essere lette come semplici principi filantropici già noti nel mondo greco (e non manca chi pensa che Paolo le abbia semplicemente mutuate) ciò nulla toglie al fatto che l'apostolo ravvisa in questi comportamenti modelli ispirati e voluti dal Signore come aspetti visibili e percepibili di un corretto amore fraterno ben inserito nella comune vita associata della nostra quotidianità. I vv 15-17 ci pongono di fronte al tema della ‘pace’ quale segno e testimonianza di una riconciliazione avvenuta per mezzo della croce di Gesù Cristo. Per essa la pace è diventata una realtà che si manifesta innanzitutto nelle nostre relazioni più immediate per poi diventare speranza per l’umanità tutta intera. La pace, che costituisce motivo della nostra vocazione (v. 15), è il risultato della azione riconciliatrice della croce di Cristo per la quale si è riconciliato con il mondo (Rm 5:1-11) ed ha reso possibile la pacificazione tra gli uomini (Ef 2:11-22). Qui l’apostolo inserisce un’annotazione sulla importanza edificativa della liturgia o culto pubblico che, incentrato sulla parola annunziata, è occasione per esortarsi reciprocamente “con ogni sapienza, cantando di cuore a Dio, sotto l’impulso della grazia, salmi, inni e cantici spirituali” (v. 16). La seconda parte del nostro brano (vv. 18-21) presenta il cosiddetto “codice domestico” che ad uno studio attento non presenta alcuna novità, per così dire, “cristiana”. Le parole di Paolo si potrebbero senz’altro trovare in pagine di filosofi stoici. “Nell’accogliere questi codici, l’etica dei primi cristiani manifesta il suo carattere borghese. Essa inculca tutto ciò che nel mondo viene comunemente riconosciuto come conveniente (cfr Fil 4:8), non prospetta un programma di riforma nel mondo, si accetta l’ordine costituito (compresa la schiavitù)”, “Il cristianesimo dei primi tempi non cerca di instaurare in questo mondo caduco l’ordine cristiano del mondo. Un’idea del genere era completamente estranea al Nuovo Testamento”. Nel presentare come condotta esemplare la piena sottomissione della moglie al marito l’apostolo Paolo paga un tributo alla mentalità del suo tempo. Nel passo parallelo agli Efesini (5:23) aggiungerà che il marito è ‘capo’, cioè signore, della moglie. Con la espressione ‘nel Signore’ – tutta da comprendere – Paolo ‘cristianizza’ i costumi etici della famiglia ebraica e, in generale, orientale. L’amore dei mariti deve ispirarsi a quello che il Cristo ha verso la Sua chiesa. Un amore che non soffoca ma che alimenta la fiducia reciproca: nel corso del tempo l’amore dell’uno verso l’altro aumenta con l’aumentare della fiducia (‘fede’ per la chiesa) e, soprattutto, della conoscenza. L’obbedienza dei figli richiama il comandamento ma senza l’eccessiva severità di quel tempo. Questa è una novità.


Mario Affuso

 
Torna ai contenuti | Torna al menu