N°26 Isaia 63 - Chiesa Evangelica Di Volla

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N° 26
Isaia 63

Una domanda in due tempi introduce in questo capitolo che si apre con la stupefacente immagine di un guerriero e di un guerriero divino. “Chi è costui che giunge da Edom, da Bosra, vestito splendidamente? Costui, magnificamente ammantato, che cammina fiero della grandezza della sua forza?” (v 1). “Chi è costui?”. Ma in verità dovrebbe essere letto: “Chi va là?” come detto da una sentinella che rimane colpito dalla regalità dell’incedere di questa straordinaria figura. La risposta non si lascia attendere: “Sono io che parlo con giustizia, che sono pronto a salvare” (v. 1b). Si instaura un dialogo tra la sentinella ed il divino guerriero ove predomina la parola di questi che non è avaro di informazioni e di notizie drammatiche ed impressionanti. La risposta lucida e determinata rivela con palmare chiarezza che Colui che viene da Edom è Dio. “Ogni altra spiegazione è superflua”. Colui che si manifesta come “Padre nostro… Salvatore nostro” (v. 16 b). Il quadro politico del vicino oriente prevede inusitati cambiamenti. Si staglia la figura di Ciro che ormai pressoché tutti, gravati dal dominio babilonese, invocano e salutano come “liberatore dei popoli”. Per i pii israeliti che vivono in stato di cattività l’avanzata del re di Persia e l’insurrezione dei popoli dominati (Is 48:14) segnalano l’avvicinarsi di Jahvé, il guerriero divino che “calpesta popoli nella sua ira e li ubriaca nel suo furore” (v. 6). Il profeta che condivide questi momenti di grande trepidazione invita tutti gli esuli a sperare. Egli è fermo nella speranza facendo memoria dell’Esodo: “Dov’è colui che li fece uscire dal mare con il pastore del suo gregge? Dov’è colui che mise in mezzo a loro lo spirito suo santo, che fece andare il suo braccio glorioso alla destra di Mosè, che divise le acque davanti a loro, per acquistarsi una rinomanza eterna.” (vv. 11-12). Il ricordo del primo esodo fa sperare in un secondo, perchè Jahvé è fedele alla sua promessa nonostante le infedeltà del suo popolo. La memoria alimenta la speranza, e questa diventa preghiera. “Tu, Signore, sei nostro padre, il tuo nome, in ogni tempo, è Salvatore nostro. … Oh, squarciassi tu i cieli, e scendessi!” (vv. 16b e 19b). Iddio è invocato con il nome di ‘Padre nostro’ ed è implorazione che ritorna in altri contesti profetici: Ger 3:4; Sl 89:26; Is 64:7. “Questo grido diventa nel Deutero-Isaia l’estremo appello alla misericordia divina”. “Da questo passo di Isaia: “Tu sei il Padre nostro” (v. 16) è probabilmente derivato il titolo di Padre nostro e di Padre nostro che sei nei cieli che si legge nella Mishnah (Avoth V,21; Berachoth V,1 ecc.) ed è così frequente nella liturgia ebraica, da cui lo hanno preso il Vangelo e il Cristianesimo primitivo”.  La paternità divina come emerge dai nostri testi va posta nella dinamica storica di un popolo che ha fatto esperienza di Jahvè come liberatore; esprime l’atto salvifico di Dio. Infatti, la seconda parte del v. 16 denota la struttura tipica di un ‘parallelismo sinonimico’ ove il termine ‘Padre’ è strettamente vincolato, anche letterariamente, a quello di ‘Salvatore’: ‘Nostro Padre’=’Nostro Salvatore’. Dio è il ‘salvatore/redentore’ (go’el), in altri termini proprio come un parente ‘difensore’ che interviene per riscattare uno schiavo (Lev 25:47-49) o proprietà alienate di una famiglia (Ger 32:6 e successivi). L’idea della ‘paternità di Dio’ è per Israele una ‘certezza’ che non si fonda su credenze mito-logiche, bensì sulla esperienza concreta di una salvezza piena e radicale che la storia registra (64:3) e che richiede un serio impegno etico finalizzato alla pratica della giustizia (64:4). Isaia 63:1-6 e versetti successivi sono un invito alla speranza, come in effetto tutti i brani profetici. Il lettore moderno di questo testo e di queste pagine non può non veder rifiorire il senso ed il bisogno di un cambiamento perché il futuro possa essere sempre maggiore del presente. Il profeta, s’è visto, sa leggere il passato del suo popolo, perciò può esprimere un giudizio sul presente ed aprire all’attesa di un futuro ‘nuovo’: egli è radicato sulla fedeltà di Dio che sa essere ‘Padre’ e ‘Salvatore/Redentore’ di tutti gli uomini.


Mario Affuso

 
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