N°3 Giovanni 3:16-19 - Chiesa Evangelica Di Volla

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N° 3
Giovanni 3 : 16-19

La breve pericope di Gv 3:2-21 è tratta dal notissimo dialogo che si svolge tra Gesù e Nicodemo. Ci offre un elemento connotativo della figura di Dio Padre. Nicodemo è un tipico rappresentante della religiosità, della cultura e del diritto giudaico. Non riesce, però, ad entrare nello spirito delle parole di Gesù, ebreo anch’Egli ma incarnazione del Verbo divino. Gesù, espressione anch’Egli e ‘possessore’ della cultura ebraica, applica una ermeneutica nuova e invita i suoi interlocutori a non fermarsi alla lettera delle Scritture ma a coglierne lo spirito ed i sensi più veri nella prospettiva attuativa che deriva dalla sua incarnazione. Nicodemo si trova ‘spiazzato’ e Gesù gli va incontro aprendo un’area di dialogo sull’amore di Dio-Padre per il mondo tutt’intero e sulla necessità di aprirsi alla fede nei confronti del Dio-Figlio per possedere la vita e la salvezza. “Dio infatti ha tanto amato il mondo, che ha dato il Figlio suo Unigenito affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia la vita eterna. Dio non mandò il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di Lui. Chi crede in Lui non viene giudicato; chi non crede in Lui è già giudicato, perché non ha creduto nel Nome del Figlio Unigenito di Dio” (Gv 3:16-18). Sono versetti che spiegano il v. 14, implicitamente invitando ad una sorta di lettura tipologica di alcune parti dell’Antico (o Primo) Testamento. L’innalzamento di Gesù sulla croce è motivato dall’amore di Dio per l’umanità peccatrice bisognosa di redenzione e di salvezza. Costituisce altresì il dono concreto ed estremo del dono che Dio fa del Figlio all’umanità. L’enfasi posta sul verbo amare al tempo passato solleva un velo sull’atteggiamento di amore che Dio ha sempre nutrito ne’ confronti dell’umanità e che costituisce il fil rouge dell'Antico (o Primo) Testamento. Il verbo 'amare' è la insondabile chiave di lettura delle Scritture bibliche in senso stretto, cioè dell'Antico (o Primo) Testamento. Non man-cano sorprendenti e utili implicazioni ecume-niche e quanto ai rapporti ebraico-cristiani e sia in riferimento all’intero quadro interre-ligioso. Il dono del Figlio ha finalità soteriologia, cioè di salvezza (soteriologia = dottrina/teologia della salvezza). Porta vita eterna a quanti credono nella sua persona. 'Vita' e 'salvezza' dipendono da una fede esistenziale nella persona del Cristo. Il testo originale recita: pisteùein eis autòn. Indiscutibilmente verso Lui, Gesù.
* Gv 3:17 l'evangelista pone sulle labbra di Gesù un monologo per illustrare quanto appena detto nel v. 16 del quale è un parallelo. A corredo del v. 17 propongo Gv 3:34, 1 Gv 4:9; Gv 5:34; Gv 10:9; Gv 4:42; Gv 12:47.
* Gv 3:18 presenta un esempio classico di escatologia (escatologia = dottrina/teologia delle 'ultime cose') e di "escatologia anticipata": per l'evangelista Giovanni il giudizio avviene nel momento stesso del confronto con Gesù: chi accetta questa persona in quanto Figlio di Dio evita la perdizione e ottiene la vita; chi invece la rifiuta, si autoesclude. Cfr Gv 5:22; Gv 8:15; Gv 12:47; Gv 12:48.
Come si può bene immaginare, i temi relativi alla ‘salvezza’ e al ‘giudizio’ si pongono e si impongono alla attenzione del lettore. Queste note costituiscono solo una ‘base biblica’ che non tiene ancora conto di una esegèsi del testo e neppure di un attraversamento ermeneutico. Lo scopo di questa ‘base biblica’ rimane appena appena quella di voler segnalare che Dio è amore, non nel senso romantico o confessionale del termine. Egli rivolge la sua attenzione salvifica verso tutti gli uomini e verso tutte le culture alle quali potrebbe porsi come ‘risposta’ a loro propri quesiti espressi o impliciti. A questo punto occorrerebbe accen-nare ai ‘semi del Verbo’, cioè a quei tratti esi-gui di verità cristiana presenti nelle grandi culture da noi dette ‘pagane’. Da Giustino (100-165 d.C.) a Jacques Dupuis (n. 1923) quella dei ‘semi del Verbo’ è una ricerca che, a vario titolo, impegna teologi e studiosi di ogni epoca; ma senz’altro oggi più di ieri. Non si parla tanto di Giustino (100-165 d.C.) che ravvisò 'semi del Verbo', cioè tratti esi-gui di verità cristiana anche nelle grandi cul-ture, cosiddette 'pagane', del suo tempo. Quello dei 'semi del Verbo' è un orienta-mento di ricerca che impegna teologi e stu-diosi anche in questo nostro tempo.


Mario Affuso

 
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