N°30 1 Re 19:16-21 - Chiesa Evangelica Di Volla

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N° 30
1 Re 19:16-21

Eliseo, ricco contadino, diviene discepolo di Elia. Il Regno d’Israele allaccia relazioni con i Fenici di Tiro rafforzandole con il matrimonio di Achab, figlio di Omri, e Jezebel, figlia del re di Tiro e Sidone (1 Re 16:31), unione che portò Achab ad adorare Baal innalzandogli un altare (v. 32). La fede nel Dio di Israele subisce un durissimo colpo. La regina protegge il culto di Baal praticato a corte e nelle classi elevate della popolazione. La situazione precipita in una irrimediabile confusione religiosa e politica. Il problema è: Chi è Dio in Israele, Jahvè o Baal? Assistiamo allora alla vocazione di Elia, profeta coraggioso, solitario, dalla personalità poco disposta al compromesso e capace di lottare contro ogni ambiguità. Sono chiare e radicali le parole che pronunzia; sono parole senza ‘se’ e senza ‘ma’: “Fino a quando vi dimenate tra due contrari: se il Signore è Dio, seguitelo; se invece lo è Baal, seguite lui” (18:21). Il testo ci dice, inoltre, che “Il popolo non gli rispose nulla”(v. 21b), il che imprime ancor maggiore solennità alle parole del profeta che, forse, non attendeva una risposta ma voleva dare una dimostrazione circa la ‘realtà’ di Jahve. Da solo sfida i quattrocentocinquanta profeti di Baal (v 22). Vince la sfida e ristabilisce il culto dell’Unico Dio in Israele: “Tutto il popolo, veduto ciò, si gettò con la faccia a terra, e disse: ‘Il Signore è Dio! Il Signore è Dio!’”(v 39). La regina Jezebel alla notizia di quanto era accaduto non si arrende e minaccia di morte Elia che, quasi disperato (“Basta! Prendi la mia vita, o Signore!”, 19:4), “camminò quaranta giorni e quaranta notti fino a Horeb, il monte di Dio”(v 5). Qui confessa a Dio la propria tristezza, la propria disperazione e l’impotenza del suo zelo: “Sono rimasto io solo”(v 14). Il profeta vede in piena crisi tutto il piano di Dio per Israele. Vive una situazione alla quale sembra non esserci soluzione alcuna. “Allora le sorti restano affidate a ciò che c’è realmente al fondo delle cose là dove i nostri occhi non giungono”. Iddio risponde ad Elia e gli chiede di “ungere” (= consacrare) Eliseo come profeta al suo posto (v 15e): “Ungerai Eliseo, come profeta, al tuo posto”Eliseo non fu solo un operatore di prodigi e di miracoli ma si impegna a fondo per il ristabilimento della fede jahvista Ad Eliseo si attribuisce una certa parte negli sconvolgimenti politici che lasciarono fiumi di sangue (2 Re 9:1-15 da rapportare a 1 Re 19:16). Tuttavia, la fede in Dio non si smorzerà del tutto e Israele non perirà del tutto. Si verifica infatti quanto previsto in 1 Re 19:18 ove si legge: “Ma io lascerò in Israele un residuo di settemila uomini, tutti quelli il cui ginocchio non s’è piegato davanti a Baal, e la cui bocca non l’ha baciato”  Il nostro brano segnalato è allora un “racconto di vocazione profetica”. Il profeta non è mai espressione di un apparato, anzi la sua voce è ‘voce critica’ nei confronti di tutte le possibili istituzioni. Il profeta non è neppure il risultato di una autoaffermazione o di una autoformazione; il profeta affonda le radici della sua funzione nella imprevedibile volontà di Dio che, tra l’altro, con il sorgere della monarchia si assicura il primo posto nella scaletta delle tre principali funzioni: profeta, sacerdote e re. La imprevedibile chiamata del profeta non solo assicura l’irruzione di Dio nella storia, ma anche un radicale cambiamento di status nella persona del designato. “Elia…trovò Eliseo…si avvicinò a lui, e gli gettò addosso il suo mantello. Eliseo, lasciati i buoi, corse dietro a Elia, … e si mise al suo servizio”  La decisione di Eliseo di seguire Elia significò voler continuare la battaglia per la riaffermazione della fede di Israele nell’unico Dio. Si sa, Israele era una realtà non solo spirituale ma anche politica, perciò Eliseo esclamò: “Padre mio, padre mio! Carro e cavalleria d’Israele!”(2 Re 2:12). “I profeti sono per gli uomini che vivono immersi nel divenire: ‘Essenziale per il profetismo è solo il fatto che esiste immediatezza di rapporto con Dio razionalmente inspiegabile, la quale suscita un unico, concreto messaggio per un tempo e una situazione ben determinata’. I profeti sono profondamente immersi nel loro tempo, di cui solo così appunto essere i profeti”.


Mario Affuso

 
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