Parte VI - Chiesa Evangelica Di Volla

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Studi biblici > Antico Testamento di Giuseppe Verrillo

IL PECCATO ORIGINALE


Nell’’A:T: non esiste una definizione teorico-teologico relativa al peccato,se ne parla raramente ci si imbatte in una riflessone sistematica.
Nel libro della Genesi dal cap.3 al cap.31 la fonte “J” narra della irruzione del peccato e di tutte le sue conseguenze dalla portata universale e catastrofica.
Dio aveva riservato agli uomini tutti i possibili beni(gli animali,la terra ecc.) ma nel settore della “conoscenza” occorreva rispettare un confine ben preciso.Conoscenza in ebraico è reso con il termine jada che intende: l’esperienza di ogni cosa e l’impadronirsi di tutti i segreti. Il bene e il male nell'A.T. non hanno solo un senso normale ma significano anche la "totalità".L'uomo volle impadronisti della totalità che è prerogativa di Dio, per questo si allontanò dalla semplice obbedienza nei Suoi confronti,perdendo per sempre la possibilità di vivere nelle Sue vicinanze e regredendo nelle sue azioni e relazioni fino al fratricidio. Il primo indizio della frattura fra uomo e Dio è la vergogna,segue la paura (che l’uomo non conosceva….) questi due sentimenti furono però scaricati in direzione di Dio stesso (“la donna che tu mi hai dato….”,dirà Adamo); conseguenza,inoltre di tale frattura è lo straniamento che si materializza nella forma di una “lotta” fra l’uomo e la natura ormai avversa. Dio ricopre l’uomo con le vesti per proteggerlo dalla reciproca vergogna,siamo di fronte al primo atto in assoluto della “misericordia” divina nei confronti dell’umanità,ma ne consegue l’ulteriore allontanamento dalla semplicità dell’obbedienza e con il sapere acquisito contro la volontà divina,l’uomo diventa sempre più potente e sempre più titanico. In tale prospettiva,probabilmente,vanno spigati i due miti delle nozze con gli angeli (Gen.6,1 ss.) e della torre di Babele (gen.11), a questa “ascesa” dell’uomo si fa avanti un sempre maggiore straniamento da Dio per cui ne conseguono solo catastrofi. Occorre tuttavia tenere presente un dato: la storia della torre di Babele è (secondo la fonte “J”) la conclusione di un cammino che l’uomo ha percorso dal peccato in poi,essa perà rappresenta anche una svolta “nell’atteggiamento e nell’opera salvifica” di Dio che,fino a quel momento, ha sostenuto ed accompagnato l’uomo peccatore. La caduta- Caino – il canto di Lamec – le nozze con gli angeli-,sono avvenimenti che per la loro gravità hanno subito la condanna e punizione divina,ma sono stati sempre accompagnati dalla Sua opera condanna e punizione divina,ma sono stati sempre anche accompagnati dalla Sua opera salvifica e di “conservazione del genere umano…” non così con la storia della torre di Babele che segna il termine dell’intervallo di grazia divina, è in questo momento che la storia universale lascia lo spazio a quella particolare: “l’appello rivolto ad Abramo indica il disegno storico divino di benedire,in Abramo,tutte le stirpi della terra” (Gen. Cap.12).Non ssi parlerà più, d’ora in poi,in termini universali,di umanità,di generazioni,di popoli….ma di un solo uomo,una sola famiglia e il popolo che ne nasce,ha inizio la storia del patriarchi (vedi cap7).


IL PECCATO


Israele ha espresso in modo molto vario cosa intendeva per peccato.
Analizziamo alcuni termini:
-hata:significa sbagliare,mancare,anche tutte le mancanze dell’uomo nei confronti di Dio
-awon: significa “fallo”,la malvagia disposizione dell’animo umano.
-pesa: indica la rivolta,la ribellione,per i profeti è un grave atteggiamento, più grave del peccato stesso.
Ne consegue che per Israele il peccato era una grave violazione del diritto divino,che era già conosciuto sotto la forma dei comandamenti,prima di tutto, ma anche tramite leggi generali non scritte,il peccato era sempre considerato come offesa fatta direttamente a Dio e al suo diritto di sovranità.
Il peccato era anche una categoria sociale,singolo e collettività erano così profondamente legati che la mancanza dell’uno non era solo relativa al suo rapporto con Dio ma comunque investiva la comunità compreso la sua capacità di culto,che ne rimaneva scossa.Ecco perché spesso si fa riferimento a esecuzioni o espulsioni dei colpevoli della collettività (p.e.Deut.13,6).
Il peccato era capace di metter in movimento un male che prima o poi si sarebbe rivolto non solo contro colui che lo aveva commesso ma anche contro tutta la comunità. La “retribuzione” non era intesa come la conseguenza di un giudizio inappellabile espresso da Dio, bensì come l’irradiazione del male che ormai continua ad agire e che solo con essa può placarsi; questa è la concezione “sintetica della vita”:esiste,cioè,uno stretto legame tra azione e condizione umana (p. e. 1 RE 8,32) perché non esiste una distinzione tra peccato e punizione. Lo stesso termine “awon” indica contemporaneamente il fallo ma anche la sua conseguenza (p.e. NUMERI 32;23); Su tali presupposti è ora possibile comprendere l’orrore che afferrava il popolo per quelle mancanze connesse ad un “erroneo giudizio”…Tali errori comunque erano accompagnati da tragiche conseguenze,basta riflettere su tutte le narrazioni che vedono come protagonisti i re con le loro erronee valutazioni,le conseguenze sono sempre state disastrose ed hanno finito con il coinvolgere l’intera e ignara collettività.

 
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