Parte VII - Chiesa Evangelica Di Volla

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Studi biblici > Antico Testamento di Giuseppe Verrillo

LA MORTE


Dal punto di vista strettamente teologico la morte nell’A.T.,rappresenta il grado estremo dell’impurità ( Num.9,6—19,11—31,19).L’impurità del cadavere era tale da estendersi tutt’intorno ad esso ( Num.19,22),naturalmente i più minacciati erano le persone in stato di sanità: sacerdoti,leviti ecc.(Lev.21,1 ss.) [la parabola del bon samaritano…].Per liberarsi da una simile contaminazione il rituale era molto lungo e complesso (Num.19,1 ss.).
Israele ha sempre manifestato una particolare intolleranza verso il culto dei morti.non si dubitava di un nuovo stato relativo alla “morte”,ma si trattava di un nuovo stato esistenziale mai definito. Si dovette esercitar una notevole violenza verso se stessi x sottrarsi alla tentazione di creare un legame sacrale con i propri morti,furono vietati “banchetti funebri” e esclusa ogni pratica volta ad interrogare le persone defunte.(Isaia 8,19—Deut.18,11—I Sam. 28,13—13),questo era il vero dramma della morte. Tuttavia la concezione della morte era molto ampia,il suo dominio era in grado di penetrare molto profondamente nel mondo dei viventi.La debolezza,la malattia…erano considerate già “forme” della morte, la persona impedita nelle sue funzioni vitali è già in uno stato di morte relativa,ecco perché molti salmisti attestavano con gratitudine che Jahvè li aveva “tratti fuori” dallo Sceol (il luogo di raccolta dei defunti).La differenza tra vita e morte non era solo il risultato di una diagnosi di “scienza naturale…”il regno della morte era capace di spingersi sino al margine estremo della vita. Ma la morte era anche riferita a tutta l’esperienza di fede:quando Jahvè abbandonava una persona…questi poteva considerarsi già morto! Israele si associò al dolore ed al “lamento” di tutte le religioni orientali per articolarti,potessero scuotere o relativizzare la propria fede in Jahvè.
La morte aveva una spiccata dimensione storico-sociale:la sopravvivenza di una persona,dato il forte legame tra individuo e collettività,continuava a vivere nei propri discendenti.La genealogia aveva una grande importanza.Ma anche la morte era sottoposta alla potenza di Jahvè. Con il tempo,contestualmente a una fase più intimistica della fede,si riteneva di non avere un assoluto bisogno della ritualità”estrema”,la salvezza non doveva necessariamente coincidere con quella del popolo intero,ma,per opera di Jahvè,doveva investire la sfera dell’intimità.Di conseguenza la “comunione di vita” con Jahvè rimaneva un possesso stabile, imperturbato nei confronti di tutti gli accadimenti della propria esistenza…nemmeno la morte poteva cancellare una simile comunione.Questa idea è espressa in modo chiaro ed assoluto nel testo dei Salmi 16 e 73.:l’azione amorevole di Jahvè è capace di travalicare i confini della morte.

 
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