Senso di colpa e di responsabilità - Chiesa Evangelica Di Volla

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Opinioni a confronto

Il senso di colpa e il senso di responsabilità

Il 20 e 21 giugno 2008 presso il villaggio evangelico di Monteforte Irpino (Av) si è svolto, per il terzo anno consecutivo, il CAMPUS GIOVANILE. Partecipanti i ragazzi della comunione della Chiesa libera e apostolica di Volla (Na), anche se quest’anno il campus ha visto il coinvolgimento di tutta la chiesa che si è ritrovata in un ritiro di due giorni. Parallelamente all’incontro con i ragazzi si è avuta una sessione dialogata sul rapporto genitori figli condotta dal fratello Giovanni Napolitano, che prendendo spunto dagli scritti di Bruno Bettelheim e Sal Severe, e continuando con riferimenti biblici ha coinvolto in un interessante dialogo la componente adulta del campus.

 

"Il senso di colpa" e " Il senso di responsabilità" i titoli dei temi trattati per i ragazzi. Il primo argomento è stato affrontato dal Dott. Antonio Maria Salzano (psicoterapeuta dell'Ospedale Evangelico Villa Betania) che ha mirato allo sviluppo del tema stabilito invitando i ragazzi coinvolti a relazionare, sulla base di quesiti proposti, un'esperienza personale caratterizzata dal sentimento generico di colpevolezza. Dalla discussione ne è scaturita la colpa come sensazione di rimorso conseguente a un'azione avvertita dal soggetto come riprovevole e perciò strettamente collegata alla coscienza ma anche come causa che determina talvolta involontariamente un effetto dannoso e spiacevole ad altri. Si è giunti così alla conclusione che l'errore, dal quale deriva il senso di colpa e caratteristica propria dell'essenza umana, che consente, altresì, la conoscenza di noi stessi, può essere recuperato e superato, garantendo un processo di crescita necessario alla salute della nostra personalità. Si è avuto poi l'intervento del Past. Giuseppe Verrillo teso a sviluppare l'argomento dal punto di vista strettamente teologico. La colpa intesa come peccato ossia come violazione volontaria della "legge" divina, come stato di disobbedienza dell'uomo a Dio,ha portato i ragazzi, nell'avventatezza della loro età, a riflettere sulle loro azioni e sulla possibilità di quante delle loro scelte possano veramente "piacere"a Dio e possano realmente garantire loro la "vera" libertà. Il "senso di responsabilità" è stato sviluppato invece da chi scrive partendo dalla responsabilità come nozione morale ossia dal concetto che riguarda l'agire, il comportamento umano, in base all'idea che si ha del bene e del male. Partendo da questo concetto ci siamo resi conto che essere responsabili significa insieme rispondere per alcune azioni unicamente alla propria coscienza, mentre per altre rispondere a chi è titolato alla pretesa. Responsabilità ,dunque, come condizione della vita umana perché conduce alla vita di relazione. Pertanto rifiutare la responsabilità significa altresì negare la socialità della vita di relazione. Ci siamo soffermati poi sul fatto che la civiltà sia nata con una chiamata di responsabilità, una chiamata che ha condotto perennemente ad uno stato conflittuale nell'uomo, riportando i concetti kierkegaardiani dell'esistenza come possibilità, possibilità che coincide con il sentimento dell'angoscia derivante dalla malattia mortale dell'uomo destinato a scegliere.In ogni epoca della storia l'uomo si è sempre chiesto se la responsabilità dovesse essere oggetto di una risposta nei confronti del potere temporale o politico oppure nei confronti del potere spirituale o religioso. Dunque: nei confronti di "Cesare" o nei confronti di "Dio"? E abbiamo ritenuto che si è responsabili verso Cesare per le cose che riguardano Cesare e verso Dio per le cose che riguardano Dio. Siamo giunti a dedurre anche che a differenza della responsabilità, l'irresponsabilità non è ne' utile ne' necessaria perché si presenta come ciò che è fin troppo facile, perché consiste nel delegare e nello sgravarci da ciò che ci risulta pesante. Talvolta però l'irresponsabilità paradossalmente diventa l'utile e l'inevitabile quando si propone come superamento del senso di responsabilità ereditato dalle relazioni che intratteniamo nella nostra vita. Irresponsabilità quindi nella sua accezione positiva, come processo di crescita e di maturazione che rifiuta l’obbedienza cieca per porsi come libertà del dovere qualcosa a noi stessi. Ci siamo riferiti così alla figura emblematica di Gesù dodicenne (Lc. 2 : 41-52) che con la sua risposta ai “genitori” rileva non un atto di disobbedienza ma l’espressione di un’azione consapevole che rende liberi nei confronti delle conseguenze dell’azione stessa (a differenza di Adamo e di Caino).
Riprendendo la distinzione tra l’etica dell’intenzione e l’etica della responsabilità, svolta dal sociologo tedesco Max Weber, abbiamo dedotto anche che la responsabilità non è altro che la fusione di un’etica del convincimento, che si basa sulla coscienza del singolo, con un’etica dell’agire in modo prudente, calcolando e valutando gli effetti della qualità morale, tenendo conto degli altri. L’attuale sistema sociale lascia l’individuo in una condizione di libertà che è più una gabbia perché trasmette sottili modelli attraverso l’uso altrettanto sottile di mezzi di dominio. E’ come se l’individuo fosse invitato dalla società a non porsi i problemi di responsabilità e a vivere irresponsabilmente senza che questa irresponsabilità sia un atto voluto. Molti sono gli episodi di irresponsabilità dovuti ad un’ obbedienza cieca non motivata nei riguardi degli apparati burocratici e militari che si sono verificati anche nel secolo scorso. Il caso più clamoroso è quello della grande burocrazia tedesca che ha seguito ciecamente il fuhrer Adolf Hitler. La letteratura e la storia del secolo scorso sono ricche di esempi di responsabilità dovute a una divisa. L’inserimento in una macchina militare è un po’ un inserimento in un apparato gerarchico che emette ordini e consente l’ordine dove l’azione è giustificata in base all’obbedienza all’ordine stesso. Ma ciò è falso sia sotto il profilo morale sia sotto il profilo giuridico. L’immenso potere di cui è capace uno stato moderno è tale che la quasi totalità degli individui preferisce non porsi il problema.Tenere in vita lo spirito critico invece significa proprio combattere l’ipocrisia e l’automatismo, significa sostenere la responsabilità “indivisa” che è il rifiuto da parte dell’individuo di assumere su di sé la responsabilità degli irresponsabili, è il rifiuto della vigliaccheria quotidiana, del lasciar cadere l’ingiustizia facendosene complice. Abbiamo infine scelto come oggetto simbolo della responsabilità le “chiavi”, perché l’affidamento delle chiavi è in generale un conferimento di responsabilità. Rileggendo il verso biblico “…..a te darò le chiavi del regno dei cieli e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli” abbiamo sottolineato come in questo caso la responsabilità ricade su Pietro, nel senso che solo lui doveva e poteva rispondere ad un mandato imperativo completamente diverso dal mandato libero su cui si fondono le istituzioni politiche moderne. Questo significa che caratteristica del nostro sistema politico è la rappresentatività che, se da un lato consente il liberalismo e la democraticità, dall’altro tende a giustificare ciascuno della propria responsabilità nella delega altrui. Responsabilità, invece, come riteneva il filosofo Jonas, coincide con il dovere di chi ha il potere di agire per il bene di ciò o di chi dipende da lui. Modelli di questa responsabilità sono, per il filosofo, i genitori e i politici in quanto i primi hanno il dovere di fare tutto ciò che è nelle loro possibilità per il bene dei propri figli. Analoga è la responsabilità dell’uomo politico per la collettività. Compito della responsabilità non è determinare il futuro che, in quanto imprevedibile, sfugge al controllo del soggetto responsabile ma renderlo possibile, assicurare le condizioni perché anche in futuro possano essere prese responsabilmente decisioni riguardante l’insieme della collettività.
Per concludere abbiamo riflettuto su una famosa foto che ritrae un ragazzo cinese che blocca i carri armati nella piazza Tien An – Men a Pechino durante la repressione del movimento studentesco di protesta democratica per soffermarci sulla responsabilità individuale dello studente che, bloccando i carri armati, si ribella alla legge, sulla responsabilità del milite che, fermando il carro armato davanti allo studente, disobbedisce a un ordine e la responsabilità propria dell'azione violenta che significa la responsabilità della violenza. Ci è apparso subito come la responsabilità individuale dello studente che risponde soltanto a se stesso mostrando coraggio, fermezza e dignità si esprime, una volta tanto, nella forma dell'eroismo e non in quella del terrore disumano. Ci siamo rivolti poi al pilota del carro armato riscontrando un senso di responsabilità come calcolo prudenziale delle conseguenze, poiché, invece che schiacciare lo studente, ha voluto aspettare per vedere che cosa succedesse. In questo caso né l'uno e né l'altro sono stati irresponsabili nell'accezione negativa del termine ma hanno ripreso il concetto dell'irresponsabilità come espressione dell'utile e dell'inevitabile, come un dovere, una risposta a loro stessi. Irresponsabili si sono invece dimostrati coloro che si sono goduti lo spettacolo, facendo il tifo ora per l'uno ora per l'atro, senza trarne alcuna riflessione né alcuno spunto critico. Purtroppo questi drammi sono all'ordine del giorno ovunque ci siano regimi o sistemi politici che invitino all'irresponsabilità, ovvero all'obbedienza senza una ragione che è precisamente quella che rende la vita inutile nonché irresponsabile.
L’argomento è stato concluso dal Past. Giuseppe Verrillo che ha posto l’attenzione sulla responsabilità nei confronti di Dio come condizione del singolo di dover rendere ragione delle proprie azioni a Lui, azioni che devono essere ponderate per ricercare in esse la causa che potrebbe originare processi negativi, rendendoci “colpevoli” e quindi peccatori.


Rosanna Ardolino

 
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